Abbiamo scelto la forma della conversazione perché crediamo che il pensiero trovi la sua espressione più autentica nel dialogo. Le domande rappresentano certamente una guida, ma è nel confronto libero che le idee acquistano profondità, si intrecciano con l’esperienza e restituiscono quella complessità che difficilmente può emergere da una semplice successione di domande e risposte. L’incontro con Giulio Base nasce proprio da questo presupposto: non realizzare un’intervista in senso tradizionale, ma aprire uno spazio di riflessione condivisa. Un dialogo costruito sulla reciproca conoscenza, sulla stima e sul desiderio di approfondire temi che vanno oltre il cinema, per interrogare il ruolo della cultura, della memoria, della creatività e della responsabilità nel nostro tempo. Crediamo che la cultura abbia bisogno di tempo, di confronto e di pensiero critico; che le conversazioni possano diventare luoghi di conoscenza e non soltanto occasioni di informazione. È in questa prospettiva che nasce il dialogo che segue. Attraverso il suo percorso umano e professionale, Giulio Base ci accompagna in una riflessione che supera i confini della settima arte. Il cinema diventa il punto di partenza per parlare dell’uomo, della memoria collettiva, della responsabilità dell’artista e del significato che le immagini continuano ad assumere in una società attraversata da profonde trasformazioni culturali e tecnologiche. Più che raccontare una carriera, questa conversazione invita a condividere uno sguardo sul presente. Perché il valore di un incontro non risiede soltanto nelle risposte che offre, ma soprattutto nelle domande che è capace di generare. Marika Lion

Esistono autori che raccontano delle storie ed esistono autori che, attraverso le storie, cercano di comprendere l’uomo. Giulio Base appartiene a questa seconda categoria. Il suo cinema nasce infatti da una domanda più che da una risposta: quale significato assume oggi l’esperienza umana in una società in continuo mutamento? È una ricerca che attraversa tutta la sua produzione artistica e che rende ogni opera un luogo di riflessione prima ancora che di rappresentazione. Regista, sceneggiatore, attore, scrittore e docente universitario, Giulio Base ha costruito negli anni un percorso nel quale il linguaggio cinematografico diventa uno strumento di indagine culturale. Nato a Torino, si laurea in Storia del Cinema presso l’Università di Torino e completa la propria formazione alla scuola di recitazione diretta da Vittorio Gassman, esperienza che contribuisce a consolidare una concezione del cinema profondamente radicata nella centralità dell’essere umano e della parola. Dagli esordi come interprete fino alla regia di lungometraggi e produzioni televisive, il suo lavoro si distingue per una costante attenzione ai temi della memoria, dell’identità, della responsabilità individuale e della libertà. Nei suoi film il racconto non è mai fine a sé stesso: diventa occasione per interrogare il presente attraverso la storia, la filosofia e la dimensione etica dell’agire umano. Opere come Il banchiere anarchico, ispirato al celebre testo di Fernando Pessoa, L’azzardo, dedicato alle fragilità generate dalla dipendenza dal gioco, Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma, intenso esercizio di memoria sulla Shoah, e Albatross, dedicato al reporter di guerra Almerigo Grilz, testimoniano una ricerca narrativa che rifugge la semplificazione per restituire la complessità della condizione umana.Questa tensione culturale si riflette anche nel suo impegno accademico e istituzionale. Per Giulio Base il cinema non rappresenta soltanto un’industria creativa o una forma di spettacolo, ma un patrimonio di conoscenza capace di costruire coscienza civile, favorire il dialogo tra le generazioni e preservare la memoria collettiva. Una visione che trova continuità nella direzione del Torino Film Festival, dove il confronto tra grandi maestri e nuovi autori diventa occasione per interrogarsi sul futuro del linguaggio cinematografico e sul ruolo della cultura nella società contemporanea. Il lavoro di Giulio Base richiama il valore della lentezza dello sguardo. Il suo cinema invita a fermarsi, ad ascoltare, a osservare oltre la superficie degli eventi, restituendo all’immagine la sua funzione originaria: non soltanto mostrare il reale, ma renderlo comprensibile. È forse questa la cifra più autentica della sua poetica. Perché il cinema, nella sua visione, non coincide con la tecnica né con l’intrattenimento. È un esercizio di responsabilità culturale, un luogo nel quale memoria e futuro dialogano continuamente e nel quale ogni racconto diventa un’occasione per riflettere sul significato dell’essere umano. La sua opera ricorda che il valore della cultura continua a risiedere nello sguardo di chi interpreta il mondo. È proprio questa dimensione umanistica a fare di Giulio Base una delle voci più autorevoli del panorama cinematografico italiano contemporaneo: un autore che non si limita a raccontare il proprio tempo, ma invita lo spettatore ad abitarlo con maggiore consapevolezza.

Come nasce la sua passione per il cinema? C’è un ricordo, un film o un incontro che le ha fatto capire che raccontare storie attraverso le immagini sarebbe diventata la sua strada?
La mia passione nasce grazie a mio padre. In realtà, la sua nasce prima come lavoro e solo dopo diventa una passione. Era nato a Napoli nel 1936 e, a nove anni, rimase orfano di padre. Essendo il maggiore di cinque fratelli dovette mettersi subito a lavorare. Vendeva bibite, gelati, popcorn e merendine in un cinema. All’epoca i film cambiavano continuamente e lui, senza rendersene conto, si costruì una cultura cinematografica immensa. Quando poi si trasferì a Torino fece tutt’altro nella vita, ma quell’amore per il cinema non lo lasciò mai e passò naturalmente a me. Da bambino pensavo che il cinema fossero gli attori. Non sapevo nemmeno che esistesse un regista. Per questo il mio primo sogno è stato fare l’attore. Poi, il primo giorno in cui mi sono trovato sul set da regista, ho capito una cosa molto semplice: se il Padre Eterno mi aveva dato un talento, probabilmente era quello.
Quanto hanno contribuito alla sua formazione artistica e umana gli studi, l’incontro con grandi maestri come Vittorio Gassman e le esperienze maturate nei primi anni della sua carriera?
Tantissimo. Credo che ogni incontro, ogni maestro e perfino ogni comparsa contribuiscano a costruire il professionista che diventerai. Con Vittorio Gassman, però, è stata una storia particolare. Da ragazzo lo seguivo quando arrivava a Torino. Vidi il suo Otello dodici volte. Poi riuscii a farmi firmare un libro. Poi entrai nella sua scuola. Da spettatore diventai allievo. Mi scelse per interpretare il giovane Vittorio in televisione, mi diresse nel mio debutto teatrale con I misteri di Pietroburgo, diventò un amico e, molti anni dopo, sono stato l’ultimo regista a dirigerlo in un film per il cinema. Credo che questo spieghi da solo perché il mio primo figlio si chiami Vittorio.
Il suo esordio alla regia con Crack è stato accolto da importanti riconoscimenti internazionali, dal premio per la Migliore Opera Prima al Festival di San Sebastián alle candidature ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento, fino ai premi ricevuti negli anni più recenti. Che significato hanno avuto questi traguardi nel suo percorso? Li vive come punti di arrivo o come nuove responsabilità verso il cinema e il pubblico?
Sì, ed ebbe un effetto che oggi guardo con molta tenerezza. Avevo venticinque anni. Quei premi mi fecero pensare di essere arrivato. Mi gonfiarono parecchio l’ego. Ricordo una frase di Nanni Moretti che mi rimise al mondo: «Guarda che non sei Orson Welles. Aveva ragione. Con gli anni ho capito che un premio non certifica il talento. Certifica che, quella volta, tante persone hanno creduto nel tuo lavoro. E il giorno dopo bisogna ricominciare da capo, con la stessa umiltà.
Guardando oggi alla sua carriera, quali sono stati i momenti che considera davvero decisivi nel definire la sua identità di regista e di autore?
I primi film appartengono ormai a un’altra epoca della mia vita. Se devo individuare un momento di svolta, penso a Il banchiere anarchico. È stato il primo film in cui ho smesso di preoccuparmi di piacere a tutti e ho cercato semplicemente di fare il cinema che sentivo mio. Era un film difficile, quasi una sfida. Ma quando vidi che trovava il suo pubblico e il suo riconoscimento, capii che valeva la pena seguire quella strada. Senza quel film probabilmente non sarebbero esistiti À la recherche e Il Vangelo di Giuda.
Da dove nasce un suo film? È un’immagine, una domanda, un’emozione, un incontro o il desiderio di raccontare una determinata condizione umana?
Se lo sapessi, probabilmente farei un film all’anno. La verità è che non lo so. Può nascere da una fotografia, da un sogno, da una frase ascoltata in treno, da un libro o da uno sguardo. Oppure da niente. Mi siedo davanti a una pagina bianca e aspetto. L’unica cosa che ho imparato è che le idee arrivano sempre da un luogo diverso da quello in cui le avevi cercate.
Nei suoi film emerge costantemente una grande attenzione alla persona, alle sue fragilità, ai suoi conflitti interiori e alla sua capacità di rinascere. Quanto è importante, per lei, mettere l’uomo al centro del racconto cinematografico?
Perché è l’unico argomento che non finisce mai. Ho fatto western, commedie, drammi sociali, film religiosi. Ho cambiato genere tante volte. Quello che non è mai cambiato è la curiosità verso l’essere umano. Mi interessa capire perché sbagliamo, perché perdoniamo, perché amiamo, perché tradiamo. Il cinema, per me, non serve a spiegare la vita. Serve a guardarla un po’ meglio.
In un’epoca caratterizzata dall’intelligenza artificiale, dalla velocità della comunicazione e da cambiamenti culturali profondi, quale ritiene debba essere il ruolo del cinema nel preservare la memoria, il pensiero critico e il valore dell’essere umano?
L’intelligenza artificiale cambierà molte cose. Sarebbe ingenuo pensare il contrario. Ma c’è una cosa che non potrà mai fare. Non potrà avere nostalgia. Non potrà ricordarsi dell’odore della casa in cui è cresciuta, del primo amore, del giorno in cui ha perso una persona cara. Il cinema nasce da lì. Nasce dalla memoria e dall’esperienza. Finché ci saranno esseri umani che avranno bisogno di raccontare la propria vita ad altri esseri umani, il cinema continuerà a esistere.
Se dovesse riassumere in una domanda il senso più profondo del suo cinema, quale vorrebbe che lo spettatore continuasse a portare con sé una volta uscito dalla sala?
Vorrei che uscisse dalla sala con una domanda che non riguarda il film. Che riguarda lui. «Sto vivendo davvero la mia vita?» Se un film riesce a far nascere una domanda così, ha già fatto moltissimo. Io non ho mai pensato che il cinema dovesse dare risposte. Le risposte invecchiano. Le domande, invece, restano giovani.