Se l’umanità è e può essere magnifica al tempo dell’intelligenza artificiale – come coraggiosamente ha espresso Papa Leone XIV nella sua Enciclica – allora il pericolo non è che le macchine diventino umane ma che gli umani si riducano a macchine.
I principi indicati sono gli stessi strutturali della dottrina sociale della Chiesa espressa dal suo predecessore nel nome, Papa Leone XIII, di fronte alla rivoluzione industriale: dignità della persona, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà. Papa Prevost non li enuncia in astratto, ma li applica con una precisione inedita alla rivoluzione computazionale, usandoli come criteri operativi per valutare le architetture concrete del potere algoritmico. Se Leone XIII aveva voluto mettersi in dialogo con la rivoluzione industriale, Leone XIV desidera abitare la rivoluzione computazionale. Parlare di destinazione universale dei beni significa affermare che dati, piattaforme e infrastrutture tecnologiche non possono essere trattati come proprietà esclusiva di pochi attori privati. Parlare di sussidiarietà significa esigere che le decisioni algoritmiche che incidono sulla vita delle comunità siano sottoposte a forme reali di controllo democratico. Parlare di dignità significa riconoscere che la sorveglianza automatizzata e la profilazione psicografica non sono questioni di privacy ma di libertà.
All’inizio del percorso della sua complessa ed elaborata riflessione sulle esigenze di un necessario Re-Umanesimo per un nuovo Rinascimento, il Santo Padre fa ricorso ad un’immagine biblica che trae dall’antico testamento. Ricorda la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia, mostrando l’alternativa tra Babele e Gerusalemme, la prima abitata dal caos e dalla incomprensione di lingue diverse che separano e contrappongono, la seconda quale “cantiere paziente” dove ciascuno ha “il suo tratto di muro”. La città rinasce infatti prima nei legami che nelle pietre. Il nostro tempo costruisce, accelera, innalza torri e architetture digitali, elabora sistemi predittivi, potenze invisibili, ma non ogni costruzione è progresso: ci sono cantieri che edificano città e cantieri che preparano rovine.
La ricostruzione umana del tessuto sociale non è però questione di soft-skills da praticare o da sofisticare. Nemmeno – come dice qualcuno – è necessario un DE-skilling, cioè una pulizia mentale che abbatta schemi mentali vetusti, decadenti, ammuffiti, sorpassati. Non mi sembra sufficiente neanche un UP-skilling come necessità di conoscenze tecnologiche e digitali di un mondo che chiede nuovi linguaggi senza i quali ci si autoelimina dal panorama e non si viene considerati. È necessario secondo me un RE-skilling, un RE-umanesimo, una risalita alla sorgente dei valori, ritrovandone la fresca limpidezza dopo averli liberati da sovrastrutture di cartapesta. Primo passo, per Papa Leone, è quello di “disarmare le parole”, grazie ad un sano realismo che diventa volontà responsabile di rilanciare il dialogo sempre e comunque. L’IA e le piattaforme digitali rischiano di moltiplicare la disinformazione rendendo più fragile il confine tra vero e falso. Non si tratta solo di fake-news o di deep-fake, perché il peggio è dato da “mezze verità”, cioè da quei contenuti dei quali si può dire che non sono falsi e che sono veri, ma lo sono sono in parte, perché non completi, perché inquinati, perché condizionati, perché non verificati, perché estrapolati dal loro contesto.
La Magnifica Humanitas sostiene che la democrazia non muore solo quando vengono violate le regole, ma anche quando si spegne il desiderio comune della verità
Si legge al numero 212: “In questo punto, però, si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere”. E conclude che siamo (ri)chiamati a scegliere se usare la nostra libertà personale per “alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)”.
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