“La letteratura come strumento per ritrovare il senso umano della modernità”. Una conversazione che ci introduce nella memoria dei luoghi alla cultura industriale, dalle trasformazioni del lavoro alla crisi dell’Occidente: un dialogo sul valore delle storie, sulla responsabilità della cultura e sulla necessità di rimettere la persona al centro del progresso.
Giuseppe Lupo è scrittore, saggista e professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nato ad Atella, in Lucania, nel 1963, ha costruito un percorso intellettuale nel quale la ricerca letteraria si intreccia con la storia sociale, le identità territoriali e le trasformazioni della modernità. Collabora alle pagine culturali del Sole 24 Ore e ha ricevuto importanti riconoscimenti per la sua attività narrativa, tra cui il Premio Viareggio per Gli anni del nostro incanto e il Premio Selezione Campiello per L’ultima sposa di Palmira. È membro degli Amici della Domenica, il gruppo di lettori che concorre all’assegnazione del Premio Strega, e ha fatto parte delle giurie di diversi premi letterari, tra cui il Premio Giuseppe Berto, il Premio Letteratura d’Impresa, il Premio Giuseppe Dessì, il Premio Carlo Levi, il Premio Omegna e, nel 2018, il Premio Mondello. Il suo lavoro si muove tra letteratura e società, con uno sguardo attento al modo in cui le trasformazioni economiche e culturali influenzano la vita delle persone, il rapporto con i luoghi e l’immaginario collettivo. Una prospettiva che rende particolarmente interessante il confronto con l’ umanesimo, dove la cultura diventa occasione per interrogarsi sul significato del progresso, sul valore del lavoro e sulla responsabilità di costruire una società in cui la persona rimanga al centro delle scelte. Il suo lavoro offre una prospettiva particolarmente interessante per una riflessione sull’umanesimo contemporaneo. Nei suoi studi, l’industria non è soltanto un sistema produttivo, ma anche un fenomeno culturale che modifica i luoghi, le relazioni, le aspirazioni e l’immaginario collettivo. Lo dimostra, tra gli altri, il saggio “La letteratura al tempo di Adriano Olivetti” (Edizioni di Comunità 2016), dedicato a una stagione in cui il pensiero industriale si confrontava con una domanda ancora attuale: come costruire un’economia capace di generare valore senza perdere di vista la persona?
Anche opere come “Le fabbriche che costruirono l’Italia” (Il Sole 24 Ore, 2020) e “La modernità malintesa. Una controstoria dell’industria italiana” (Marsilio, 2023) invitano a rileggere lo sviluppo economico del Paese attraverso una prospettiva più ampia, nella quale il lavoro, la cultura e la storia concorrono a definire l’identità di una società. Nei suoi studi sulla cultura industriale e sull’esperienza di Adriano Olivetti, così come nella sua produzione narrativa, Giuseppe Lupo indaga il modo in cui le trasformazioni della modernità incidono non soltanto sull’economia e sul lavoro, ma anche sulle persone, sulle relazioni e sui territori. La sua scrittura restituisce voce alle comunità e alle memorie individuali, mostrando come i grandi cambiamenti della storia prendano forma nelle esperienze concrete di chi li attraversa. È proprio in questo intreccio tra cultura e vita, impresa e società, progresso e responsabilità che si colloca il dialogo con l’umanesimo. In una società che corre, innova e ricerca nuove forme di competitività, diventa importante interrogarsi su ciò che rischia di rimanere in secondo piano: il valore del lavoro, il senso di appartenenza, la memoria dei luoghi e la qualità delle relazioni. Il percorso intellettuale di Lupo offre l’occasione per riflettere su una questione centrale del nostro tempo: come distinguere il progresso materiale da quello che contribuisce realmente a migliorare la vita delle persone? La letteratura, in questa prospettiva, non è soltanto una forma di espressione artistica, ma uno strumento per comprendere il presente, recuperare la memoria e rimettere in discussione le idee di modernità che spesso diamo per scontate. Attraverso questa conversazione, vorremmo esplorare la possibilità di uno sviluppo capace di coniugare innovazione e sensibilità umana, crescita economica e responsabilità sociale, riconoscendo nel valore umanistico una guida per orientare le scelte individuali e collettive. Un approccio che rimetta al centro la dignità della persona, la qualità delle relazioni, la cultura e la capacità di costruire comunità, affinché il progresso non sia valutato soltanto per ciò che produce, ma anche per il benessere che genera, le opportunità che offre e il significato che restituisce alla vita delle persone.

Nei suoi romanzi e nei suoi saggi, la storia collettiva si intreccia spesso con le vicende individuali, con i luoghi e con la memoria. In una società sempre più orientata alla velocità e alla semplificazione, quale funzione può svolgere la letteratura nel restituirci la complessità dell’esperienza umana? E perché leggere rimane un atto importante per comprendere non soltanto il mondo, ma anche noi stessi?
Ogni pagina bianca, quella dove si scrivono le storie, è uno spazio di libertà, dunque è un luogo in cui si può compiere una scelta: o si racconta il mondo così com’è o si racconta il mondo come dovrebbe essere o secondo come ciascuno vorrebbe che fosse. Io penso che uno scrittore sia chiamato a scegliere quale strada imboccare. Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato alla seconda soluzione, cioè a scrivere il mondo come vorrei che fosse o come dovrebbe essere. Credo infatti che si nasconda un gesto etico e politico dietro ogni parola che finisce sulla carta ed è questa, in ultima analisi, il compito della letteratura: progettare, proporre, immaginare.
Nei suoi studi sulla cultura industriale, il pensiero di Adriano Olivetti rappresenta un riferimento significativo. Olivetti cercò di tenere insieme produzione, cultura, comunità e responsabilità sociale. Che cosa resta oggi di quella visione? E quali principi potrebbero essere recuperati per ripensare il ruolo dell’impresa in una società che misura spesso il successo soprattutto attraverso i risultati economici?
Dell’esperienza di Olivetti rimane un lascito morale che ha valore pedagogico, quello cioè di indicare una possibile strada che potrebbe anche costituire una possibile soluzione ai problemi di un’economia più solidale e responsabile nei confronti della persona e dell’ambiente. Oggi diremmo un’economia sostenibile. Per attuare un tipo di programma olivettiano, al di là della innumerevoli variazioni di tempo e di condizioni, occorre coraggio e soprattutto una particolare sensibilità verso il progetto di impresa a misura d’uomo, un’impresa cioè che non si pone in antinomia con le esigenze della persona e della comunità.
Il lavoro non è soltanto una fonte di reddito: contribuisce alla costruzione dell’identità, alla partecipazione sociale e al senso di appartenenza. Le trasformazioni tecnologiche e organizzative stanno cambiando profondamente questa dimensione. Come possiamo fare in modo che l’innovazione non riduca il valore delle persone alla loro prestazione, ma favorisca nuove forme di dignità, partecipazione e realizzazione?
Credo sia necessario, di fronte al moltiplicarsi della tecnologia (penso alle frontiere che l’AI spalanca con forza), una maggiore presenza di umanesimo che si può tradurre in una maggiore presenza di umanisti (scrittori, poeti, intellettuali, artisti) nei settori nevralgici di un’impresa e non nelle forme della comunicazione d’impresa, ma nell’ideazione, nella progettazione di un determinato prodotto o contenuto. Una maggiore presenza di umanisti potrebbe equilibrare l’enorme peso che la tecnologia ha e continuerà ad avere, dunque sarebbe una sorta di contraltare all’ingerenza tecnocratica. È chiaro, però, che bisogna preparare gli umanisti a questa sfida attraverso lo studio e questo è anche il compito delle facoltà umanistiche dello nostre università.
Nei suoi libri, i territori non sono semplici scenari, ma luoghi nei quali si sedimentano storie, relazioni e identità. In un’Italia segnata da spopolamento, disuguaglianze territoriali e concentrazione delle opportunità, come possiamo riconoscere il valore umano, culturale e sociale dei luoghi? E in che modo questo patrimonio può diventare una risorsa per costruire futuro, anziché restare soltanto un’eredità del passato?
Credo sia una questione di identità. I luoghi sono portatori di una identità, di una antropologia oltre che essere espressione di una determinata geografia. Pensare alle aree interne (che continuano a presentare problemi di tipo organizzativo e carenze nei servizi) significa ripensare alla maniera in cui restituire loro la dignità di luoghi abitabili. Dovremmo evitare di pensare che quei luoghi debbano per forza spopolarsi, com’è stato finora, e invece riqualificarli dando a chi ci vive le stesse occasioni di chi abita nelle zone più fortunate del Paese.
Il titolo del suo saggio “La modernità malintesa” suggerisce la necessità di interrogare criticamente il modo in cui abbiamo interpretato lo sviluppo. Oggi disponiamo di strumenti, tecnologie e possibilità impensabili fino a pochi decenni fa, eppure permangono fragilità sociali, solitudine e disorientamento. Quali sono, a suo avviso, gli equivoci più profondi della nostra idea di modernità? E quali criteri dovremmo adottare per distinguere il progresso autentico dalla semplice crescita delle capacità produttive?
Nonostante il Novecento e tutto ciò che ci ha regalato, restiamo una nazione che guarda con sospetto la modernità, sempre pronta a sottolinearne i problemi, le contraddizioni, i fallimenti. Che la modernità sia un labirinto di contraddizioni e di fallimenti nessuno può negarlo, ma nemmeno possiamo negare i vantaggi che essa ha portato a chiunque in termini di discontinuità rispetto alla civiltà che la precedeva. Sorprende invece che, quando discutiamo di queste tematiche, ci sia ancora tanta gente che continua a guardare all’arcadia della civiltà contadina come a un miraggio felice. La civiltà della terra non è mai stata un’epoca felice e oggi si mistifica il suo valore credendo che tornare a essa sia la soluzione più comoda e più a portata di mano. In realtà non è così che andrebbe affrontato il problema. Il moderno è un valore irrinunciabile per l’umanità e, anziché rinunciarci, dovremmo sforzarsi di correggere i suoi errori, cercando una sorta di terza via nella dicotomia tra adesione incondizionata al moderno o rifiuto del moderno. Solo in questo modo possiamo costruire – sottolineo il termine “costruire” – una civiltà che sia figlia di un progetto condivisibile e responsabile.
L’intelligenza artificiale sta trasformando la produzione di conoscenza, la creatività e il lavoro intellettuale. Di fronte a queste innovazioni, come possiamo preservare il valore del pensiero critico, dell’immaginazione e della capacità di attribuire significato all’esperienza? Quale responsabilità spetta alla scuola, all’università e alle istituzioni culturali affinché la tecnologia diventi uno strumento di emancipazione e non una rinuncia alla nostra autonomia di giudizio?
Lo dicevo poco sopra: le istituzioni che formano giovani hanno il compito di preparare ad affrontare le sfide della tecnocrazia senza credere alla tecnologia come a un feticcio religioso, ma interpretandole come strumenti che siano d’aiuto nell’esercizio del lavoro. Qualsiasi lavoro, da quello manuale a quello intellettuale. Ma per ottenere un simile risultato, bisogna conoscere gli strumenti, saperli adoperare e non semplicisticamente demonizzarli. In fondo ritorna l’antica questione del rapporto con le macchine. Al di là dell’uso, che risponde a criteri pragmatici e utilitaristici, c’è un problema etico.
Se dovessimo ripensare oggi il rapporto tra economia, cultura, istituzioni e comunità, quali idee dovrebbero guidare un nuovo umanesimo contemporaneo? Quali responsabilità spettano alle imprese, alla politica e al mondo della formazione per costruire una società nella quale il valore non coincida esclusivamente con ciò che è misurabile, ma comprenda anche la qualità delle relazioni, la fiducia, la conoscenza e la dignità delle persone?
Non è facile offrire soluzioni a una materia così controversa. Tuttavia penso che sia giunto il tempo in cui superare la distanza tra le culture – negli anni Cinquanta e Sessanta si parlava di “due culture”, oggi sono più di due – e lavorare per trovare un linguaggio comune, un codice che permetta una forma di collaborazione finalizzata alla ricerca di quei cardini che rendano condivisibile una civiltà costruita sulla capacità di intendersi e non di escludersi. Per troppo tempo siamo vissuti nel paradigma dell’incomunicabilità tra chi si intendeva di parole e chi di macchine. Per troppo tempo i letterati hanno perseverato nell’atteggiamento del malinteso, scavando un fossato con il mondo delle imprese che invece chiedeva e chiede ancora collaborazione. Non so se siano queste le forme di un umanesimo contemporaneo, però penso che sia la direzione verso cui procedere anche per evitare, come dicevo prima, il dominio assoluto delle macchine sull’uomo.
Immagine di copertina: credit – Gigliola Chistè