Anche l’economia, prima ancora di essere una scienza della produzione e dello scambio, è sempre stata una disciplina che ha cercato di rispondere a una domanda profondamente filosofica: che cosa muove l’uomo nelle sue scelte?
Per oltre due secoli la modernità ha trovato la propria risposta nell’interesse individuale
L’idea che la ricerca del vantaggio personale potesse generare, attraverso il mercato, il benessere collettivo ha costruito uno dei paradigmi più influenti della civiltà occidentale. È il modello dell’economia degli interessi, che ha accompagnato la nascita della società industriale, la crescita del capitalismo e l’affermazione della libertà economica come valore fondamentale.
Questa visione ha avuto un merito indiscutibile: riconoscere all’individuo la capacità di intraprendere, innovare e creare ricchezza.
L’interesse non veniva più considerato una passione da reprimere, ma una forza capace di produrre ordine economico e sviluppo. Il mercato diventava il luogo nel quale milioni di decisioni individuali si coordinavano spontaneamente, trasformando l’utile privato in prosperità generale. Tuttavia, la straordinaria efficacia di questo paradigma ha finito per generare anche una riduzione antropologica. L’essere umano è stato progressivamente descritto come un soggetto razionale, orientato prevalentemente alla massimizzazione dell’utilità, mentre sono rimaste ai margini dimensioni altrettanto decisive dell’esperienza umana: la fiducia, la gratuità, la reciprocità, il senso di appartenenza e la responsabilità verso l’altro.
È proprio in questo spazio che si colloca la tradizione dell’economia civile, una delle più originali elaborazioni del pensiero italiano.
Con Antonio Genovesi, nel Settecento, l’economia non viene più interpretata soltanto come amministrazione della ricchezza, ma come scienza della felicità pubblica. La sua intuizione è semplice quanto rivoluzionaria: nessun mercato può funzionare senza virtù civili. La ricchezza di una comunità non dipende esclusivamente dalla quantità dei beni prodotti, bensì dalla qualità delle relazioni che uniscono i suoi cittadini. Il mercato non è un’arena nella quale individui isolati competono, ma una comunità nella quale persone libere costruiscono fiducia attraverso lo scambio, la cooperazione e il riconoscimento reciproco.
La differenza tra economia degli interessi ed economia civile non consiste dunque nell’opporre profitto e solidarietà, né nel sostituire la concorrenza con l’altruismo.
La vera distinzione riguarda il fondamento stesso del valore economico. Nell’economia degli interessi la relazione nasce dallo scambio; nell’economia civile è lo scambio a essere reso possibile dalla relazione. La fiducia non è un effetto collaterale del mercato, ma il suo capitale originario. Senza fiducia aumentano i costi, si moltiplicano i controlli, rallenta l’innovazione e si impoverisce la capacità di cooperare. Ogni economia è, prima di tutto, un’economia della credibilità.
Nel XXI secolo questa riflessione assume un’urgenza nuova.
Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, delle piattaforme globali e delle reti digitali, ma il fattore decisivo della competitività non è diventato la tecnologia in sé. È diventata la qualità delle comunità che riescono a utilizzare quella tecnologia. Le organizzazioni più resilienti non sono necessariamente quelle con gli algoritmi migliori, bensì quelle nelle quali le persone condividono conoscenza, si fidano reciprocamente e sono capaci di trasformare competenze individuali in intelligenza collettiva. In questo senso il capitale relazionale rappresenta oggi la risorsa economica più preziosa e, paradossalmente, la più fragile.
L’etica acquista così un significato profondamente diverso da quello con cui viene spesso evocata nel linguaggio manageriale.
Non è un insieme di norme da rispettare né un capitolo della responsabilità sociale d’impresa. L’etica è la struttura invisibile che orienta la qualità delle decisioni. È ciò che permette a un’organizzazione di scegliere non soltanto ciò che è conveniente, ma ciò che è giusto e lungimirante. Dove esiste integrità, le informazioni circolano con maggiore libertà; dove esiste responsabilità, gli errori diventano occasioni di apprendimento; dove esiste fiducia, la collaborazione sostituisce la paura e l’innovazione trova terreno fertile. L’etica non limita la libertà economica: la rende credibile.
Anche il concetto di relazione deve essere liberato da una lettura sentimentale.
Le relazioni non costituiscono un elemento accessorio della vita economica, ma una vera infrastruttura produttiva. Ogni impresa vive grazie a una rete di legami che coinvolge lavoratori, clienti, fornitori, istituzioni, territori e comunità. In queste reti circolano informazioni, reputazione, creatività e memoria. Quando esse si indeboliscono, si indebolisce anche la capacità dell’organizzazione di generare valore. Per questo motivo la cultura d’impresa non coincide con la comunicazione interna o con i valori dichiarati, ma con l’insieme delle pratiche quotidiane attraverso le quali una comunità costruisce fiducia e senso di appartenenza.
È da questa consapevolezza che prende forma il RE-Umanesimo.
Esso non nasce come alternativa all’economia civile, ma come sua evoluzione contemporanea. Se l’economia civile ha restituito dignità alla relazione economica, il RE-Umanesimo restituisce centralità alla persona come principio generativo dello sviluppo. La persona non è una risorsa da amministrare né uno stakeholder da coinvolgere; è il luogo nel quale convergono intelligenza, creatività, responsabilità e cultura. Di conseguenza anche l’impresa cambia natura: da semplice organizzazione economica diventa istituzione culturale, capace di produrre non solo beni e servizi, ma immaginario, educazione, bellezza e coesione sociale.
In questa prospettiva il profitto rimane una condizione necessaria, ma non rappresenta più il fine ultimo dell’attività economica.
Il successo di un’organizzazione si misura anche nella sua capacità di generare fiducia, di custodire la dignità del lavoro, di valorizzare il patrimonio dei territori e di contribuire alla crescita della comunità nella quale opera. L’economia torna così a essere una disciplina umanistica, perché riconosce che il valore più importante non è ciò che possediamo, ma la qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire.
Questo è il mio convincimento: la grande sfida del nostro tempo non consiste nell’opporre l’interesse individuale al bene comune, ma nel superarli come termini contrapposti. Lo sviluppo autentico nasce quando l’interesse diventa responsabilità, quando la libertà economica trova nell’etica il proprio orientamento e quando il mercato riscopre la sua natura più profondamente civile. È in questa prospettiva che colloco il Manifesto del RE-Umanesimo: non come una teoria economica alternativa, ma come una visione culturale che rimette la persona al centro dei processi di sviluppo. Immagino un’economia capace di coniugare efficienza e dignità, un’impresa che produca non soltanto ricchezza ma anche cultura, e una società che riconosca nelle relazioni il capitale più prezioso su cui edificare il futuro.