Nella primavera del 1355 Venezia era una città potente, ricca e inquieta. La Repubblica aveva costruito la propria forza su un equilibrio politico estremamente sofisticato, nel quale il doge occupava il vertice dello Stato senza essere, tuttavia, un sovrano assoluto. Intorno a lui si muoveva una complessa architettura di consigli e magistrature, dominata dal patriziato, che aveva progressivamente costruito strumenti sempre più efficaci per impedire che il potere potesse concentrarsi nelle mani di un solo uomo.
Era una forma di governo che aveva fatto della prudenza, del controllo e della segretezza alcuni dei propri strumenti fondamentali. In quel sistema, il doge era il volto della Repubblica, ma non ne era il padrone.
Marino Faliero sembrava incarnare perfettamente quella tradizione. Quando venne eletto doge, l’11 settembre 1354, aveva quasi ottant’anni ed era uno degli uomini più autorevoli di Venezia. Aveva ricoperto incarichi diplomatici e militari, aveva rappresentato la Repubblica presso corti straniere e conosceva profondamente i meccanismi del potere veneziano. Non era dunque un outsider, né un uomo arrivato improvvisamente alla sommità dello Stato. Era stato formato proprio da quella Repubblica contro la quale, pochi mesi più tardi, avrebbe finito per rivolgere la propria ambizione.
La sua elezione avvenne in un momento difficile. Venezia era impegnata nella guerra contro Genova e il 4 novembre 1354 la flotta veneziana aveva subito una pesante sconfitta presso la Sapienza. La guerra aveva prodotto tensioni economiche e politiche e la posizione del doge, proprio perché sottoposta a continui equilibri con il patriziato, era tutt’altro che semplice. Fu in questo clima che cominciò a maturare una vicenda sulla quale la storia non ha mai smesso di interrogarsi.
La tradizione ha raccontato che tutto ebbe origine da un’offesa. Durante una festa a Palazzo Ducale, il patrizio Michele Steno avrebbe rivolto un’ingiuria oscena alla dogaressa Alvica Gradenigo. Allontanato dalla festa, avrebbe lasciato una frase offensiva nei confronti della moglie del doge. Faliero avrebbe chiesto una punizione esemplare, ma Steno sarebbe stato condannato soltanto a una pena lieve. Secondo la narrazione tramandata nei secoli, proprio quell’episodio avrebbe acceso nel vecchio doge un risentimento profondo verso il patriziato veneziano. È una storia che possiede tutti gli elementi della tragedia: l’onore ferito, l’umiliazione, la vendetta e infine il tradimento. Ma la documentazione contemporanea non consente di considerarla una spiegazione certa della congiura. Le fonti più vicine agli avvenimenti non confermano in modo inequivocabile l’episodio e la storiografia successiva ha mostrato quanto questa vicenda possa essere stata trasformata dalla memoria.
Dietro la congiura potrebbe esserci stato qualcosa di molto più complesso. Faliero era arrivato al dogado in un momento di crisi e aveva maturato, secondo le fonti, un contrasto con l’oligarchia veneziana. Non sappiamo con precisione quale fosse il suo progetto politico. La tradizione parlerà di un tentativo di trasformare Venezia in una signoria personale, con Faliero al vertice e il potere del patriziato drasticamente ridimensionato. Ma non possediamo un vero programma politico scritto dal doge che consenta di ricostruire con assoluta certezza le sue intenzioni. Sappiamo tuttavia che attorno a lui si raccolsero uomini appartenenti a gruppi diversi della società veneziana e che venne preparata una sollevazione armata destinata a colpire il cuore dell’ordinamento repubblicano. Tra i congiurati comparivano anche uomini estranei ai vertici dell’aristocrazia, tra cui Filippo Calendario, tradizionalmente identificato con l’architetto di Palazzo Ducale, identificazione che la storiografia ha successivamente messo in discussione. Il piano prevedeva di sfruttare una situazione di emergenza, anche attraverso la diffusione della notizia di un imminente attacco genovese, per radunare gli uomini e colpire gli esponenti del patriziato. La congiura avrebbe dovuto trasformare radicalmente l’ordine politico veneziano. Ma Venezia aveva costruito nei secoli una straordinaria capacità di raccogliere informazioni e controllare le minacce interne. Il progetto venne scoperto prima di poter essere realizzato.
Nella primavera del 1355 il Consiglio dei Dieci intervenne con rapidità. Alcuni congiurati furono arrestati e condannati a morte. La macchina della Repubblica, una volta messa in movimento, non lasciava spazio alla trattativa. La questione non era più soltanto quella di reprimere una ribellione: era necessario riaffermare davanti alla città che nessuno, neppure il doge, poteva mettere in discussione l’ordine costituzionale della Serenissima.
Il 17 aprile Marino Faliero fu condannato a morte. La sentenza venne eseguita nello stesso Palazzo Ducale, sul pianerottolo della Scala dei Giganti, il luogo nel quale aveva prestato giuramento al momento dell’elezione. È difficile immaginare un simbolismo più preciso. Il doge che aveva ricevuto il potere dalla Repubblica veniva giustiziato nello stesso luogo in cui aveva promesso di servirla. La sua morte non era soltanto la punizione di un uomo: era una rappresentazione pubblica della superiorità della Repubblica sul suo stesso capo.

Eppure, paradossalmente, è proprio dopo la sua morte che la vicenda diventa più misteriosa. Nei documenti relativi alla congiura compare una formula che ha alimentato per secoli discussioni fra gli storici: “Non scribatur”, non si scriva. Non sappiamo con certezza quale fosse il significato preciso di quelle parole. Potrebbero indicare un ordine di non registrare determinati elementi del procedimento, oppure un rinvio ad altra documentazione. Non è quindi possibile affermare semplicemente che Venezia abbia cancellato le prove del processo. Ma il fatto che una simile formula compaia proprio in corrispondenza di una vicenda così delicata rimane uno degli elementi più enigmatici della storia di Faliero.
A rendere ancora più straordinaria la vicenda è la testimonianza di Francesco Petrarca. Il poeta conosceva personalmente Faliero e pochi giorni dopo la sua esecuzione, il 24 aprile 1355, scrisse a un amico esprimendo il proprio stupore per quanto era accaduto. Petrarca aveva conosciuto il doge come un uomo prudente ed esperto e non riusciva a spiegarsi come potesse essere arrivato a una scelta tanto estrema. Il suo smarrimento è importante perché dimostra che il problema delle motivazioni di Faliero non appartiene soltanto alla fantasia degli storici moderni o alla letteratura romantica. Anche un contemporaneo che lo aveva conosciuto personalmente non riusciva a comprendere fino in fondo la sua trasformazione.
Venezia, tuttavia, aveva bisogno di dare alla vicenda una spiegazione e soprattutto di stabilire quale posto Faliero avrebbe occupato nella memoria della Repubblica. Undici anni dopo la sua morte, nel 1366, il Consiglio dei Dieci intervenne sul suo ritratto nella Sala del Maggior Consiglio. La serie dei dogi rappresentava la continuità dello Stato veneziano e Faliero, dopo essere stato condannato come traditore, non poteva più farne parte. Il suo ritratto venne rimosso e il suo posto lasciato vuoto. Quando, dopo l’incendio del Palazzo Ducale del 1577, la decorazione della Sala del Maggior Consiglio venne ricostruita, al posto del volto del doge fu dipinto un drappo nero accompagnato da una scritta che ricordava la sua decapitazione per i suoi crimini.
È difficile trovare nella storia politica europea un’immagine più potente. Gli altri dogi hanno un volto, un’identità, una presenza. Faliero ha invece un’assenza. La Repubblica non si limitò a condannarlo quando era vivo; stabilì anche come dovesse essere ricordato dopo la morte. La sua immagine venne eliminata dalla sequenza dei dogi e sostituita da un segno che ricordava alla posterità il suo tradimento. In questo modo Venezia trasformò la memoria in uno strumento politico.
Ed è proprio qui che la storia di Marino Faliero supera la semplice cronaca di una congiura trecentesca. Non sappiamo se il doge fosse mosso soprattutto dal risentimento personale, dall’ambizione politica, dalla convinzione che la Repubblica dovesse essere riformata o da una combinazione di tutte queste ragioni. Sappiamo che partecipò a una congiura, che il progetto venne scoperto, che fu processato e giustiziato e che la Repubblica intervenne successivamente sulla sua memoria. Ma non possiamo sapere con certezza che cosa accadde nella mente di un uomo che, dopo una vita trascorsa al servizio di Venezia, decise di sfidare proprio l’ordine politico che aveva contribuito a rappresentare.
Forse è questo il vero mistero della vicenda. Non la domanda, ormai quasi leggendaria, se Faliero fosse davvero un tiranno o un uomo tradito dalle circostanze, ma il rapporto fra verità e memoria. La storia ci è arrivata attraverso documenti, cronache, omissioni e decisioni politiche. Venezia conservò moltissimo, ma conservare non significa necessariamente raccontare tutto. Anche il silenzio può diventare una forma di documento. Anche una cancellazione può raccontare qualcosa.
Nel caso di Faliero, la Repubblica sembra aver compreso perfettamente il potere della memoria. Un uomo poteva essere condannato a morte, ma il suo ricordo avrebbe potuto continuare a vivere. Per questo la sua immagine doveva essere controllata, il suo posto nella storia doveva essere stabilito, la sua colpa doveva essere resa visibile. E così, nella grande sala del Palazzo Ducale, il doge che un tempo aveva rappresentato Venezia finì per essere rappresentato dalla propria assenza.

Ancora oggi quel drappo nero racconta una storia che va oltre Marino Faliero. Racconta il rapporto fra potere e memoria, fra verità e narrazione, fra ciò che una società decide di conservare e ciò che decide di lasciare nell’ombra. Forse è proprio per questo che, dopo quasi sette secoli, quella vicenda continua a esercitare il proprio fascino. Perché non ci chiede soltanto che cosa sia successo nel 1355. Ci chiede chi abbia avuto il potere di stabilire che cosa sarebbe rimasto della storia di quell’uomo. A Venezia, dove nulla sembra completamente immobile e dove l’acqua modifica continuamente il rapporto fra ciò che appare e ciò che scompare, la memoria di Marino Faliero è rimasta nel modo più paradossale possibile: attraverso un vuoto. Il suo volto non c’è più, ma proprio per questo continua a essere cercato. La Repubblica volle cancellare il doge dalla propria galleria e finì per consegnarlo alla memoria dei secoli. Perché qualche volta ciò che viene cancellato non scompare affatto. Diventa, semplicemente, più difficile da comprendere e proprio per questo più impossibile da dimenticare.
Proprio questa distanza può diventare interessante.
La vicenda può essere raccontata come un’anticipazione del problema umanistico: che cosa significa essere uomo dentro un sistema di potere? Dove finisce il ruolo e dove comincia la persona? Che cosa succede quando la Repubblica trasforma un individuo in un simbolo?
Ed è forse proprio qui che la storia di Marino Faliero incontra, ancora prima che l’Umanesimo veneziano ne elabori pienamente il linguaggio, una delle domande destinate a diventare centrali nella cultura umanistica: che cosa rimane dell’uomo quando viene ridotto al proprio ruolo? Faliero era stato ambasciatore, comandante, diplomatico, doge. Aveva attraversato la vita pubblica come uomo di Stato e, proprio alla fine, la Repubblica sembrò cancellare la persona per lasciare soltanto il traditore. La sua biografia venne compressa dentro una sentenza, il suo volto sostituito da un drappo nero, la sua memoria ricondotta a un’unica colpa. L’uomo scomparve dietro la funzione.
L’Umanesimo avrebbe posto al centro della propria riflessione proprio la complessità dell’individuo, la sua dignità, la sua capacità di scegliere, sbagliare, conoscere e interrogarsi. Non è ancora questa, nel 1355, la Venezia dei grandi umanisti, delle biblioteche e della riscoperta sistematica dell’antico; ma è già presente, nella vicenda di Faliero, una tensione che appartiene profondamente alla futura cultura umanistica: quella fra l’uomo e il potere, fra la persona e l’immagine pubblica, fra la verità di una vita e il racconto che gli altri ne costruiscono.
Forse per questo il mistero di Faliero è ancora così vivo. Non riguarda soltanto una congiura fallita. Riguarda la difficoltà di conoscere un uomo quando la storia lo ha già trasformato in un personaggio. Noi possediamo i documenti della sua condanna, ma non possediamo interamente la sua voce. Possediamo la sentenza, ma non la verità delle sue intenzioni. Possediamo il luogo della sua morte, ma non possiamo più ascoltare ciò che pensava nell’ultimo giorno della sua vita. E quando il suo volto viene cancellato dalla parete del Palazzo Ducale, accade qualcosa di più profondo di una semplice damnatio memoriae: la Repubblica stabilisce quale parte dell’uomo debba sopravvivere alla sua morte.
È qui che la storia diventa una domanda umanistica. Se la persona viene raccontata soltanto attraverso la sua utilità, il suo ruolo, il suo errore o la sua colpa, quanto di quella persona rimane? E chi possiede il diritto di raccontarla? La vicenda di Marino Faliero non offre una risposta. Lascia invece un vuoto, proprio come quel drappo nero nella Sala del Maggior Consiglio. Un vuoto che ci ricorda che la storia non è fatta soltanto di ciò che è stato scritto, ma anche di ciò che è stato taciuto, cancellato o consegnato all’oblio.
Forse è questa la lezione più contemporanea di Venezia: l’umanità di un individuo non coincide mai interamente con il ruolo che la storia gli assegna. Anche quando un uomo viene giudicato, condannato e cancellato, rimane qualcosa che nessun archivio può restituire completamente: la complessità irriducibile della persona.
In copertina: opera di Francesco Hayez