Metamorfosi dell’umano nel teatro di Theodoros Terzopoulos
Qualche sera fa ho assistito al lavoro registico di Theodoros Terzopoulos (nell’ambito della nona edizione del Pompeii Theatrum Mundi) che ha magistralmente messo in scena, per la settima volta Le Baccanti, il testo del grande tragediografo greco Euripide ( 485/4 ca. a. C. – 406 a. C.) opera che Goethe definiva “la più bella d’Euripide”, non poteva non ritornare in mente questa riflessione sul Teatro avendolo visto nel meraviglioso antico teatro di Pompei colmo di spettatori:
“Teatro” è parola di significato ambiguo. In principio fu usata dai greci per designare la gradinata dalla quale si contemplò (theàomai, vedo) la rappresentazione drammatica; e anche la massa del pubblico che vi s’assideva. Poi fu estesa a tutto l’edificio destinato alla rappresentazione. E si disse ad Atene: il teatro di Diòniso, come oggi si dice a Roma: il teatro Quirino. Poi arrivò a significare l’opera – letteraria, o musicale- da rappresentarvi; e si dice: il teatro d’Alfieri, cioè le sue tragedie; il teatro di Verdi, cioè i suoi melodrammi.
Dioniso, per questo prezioso regista greco, è l’archetipo del rifugiato e l’arte del teatro un viaggio di rifugiati con continue trasformazioni
Il suo tragitto ci ha ricordato che l’arte del teatro è un viaggio infinito, percorso da persone in fuga, in continua trasformazione, che il Male si può mascherare da Merito e viceversa, e che l’enigma della morte racchiude una prospettiva di vita; ci ricorda che la Parola è Terra, che la Conoscenza è Consapevolezza, la Passione è la sua Negazione e l’Armonia è la sua Contraddizione. Il teatro in senso lato potrebbe dunque definirsi: la comunione d’un pubblico con uno spettacolo vivente. Da un lato un pubblico di spettatori: spettatori al plurale, e non al singolare. Soltanto un pazzo come re Luigi di Baviera poteva volere spettacoli teatrali eseguiti per lui solo. Il Teatro si rivolge, per natura sua, a una collettività. Bergson ha detto che “non si ride da soli”, per ridere bisogna essere in più; e questo vale per il teatro comico, Ma anche il pianto, la commozione, o qualsiasi forma di interesse, a teatro, sono di natura collettiva. Il Teatro vuole l’attore vivo, e che parla e agisce scaldandosi al fiato del pubblico; vuole lo spettacolo senza la quarta parete, che ogni volta rinasce, rivive e rimuore, fortificato dal consenso, o combattuto dalle ostilità, degli uditori partecipi, e in qualche modo collaboratori. E’ quel teatro che da due millenni e mezzo si ripropone ogni giorno l’impossibile impresa di tradurre in concreta realtà il sogno; che pretende di attingere la creazione d’un poeta, dalle pagine dov’essa vive la sua vita ideale e già perfetta, col mirabilissimo e pazzo proposito di trasportarla materialmente davanti agli occhi del pubblico.; quel teatro, insomma, dove il Verbo prende carne. E dove perciò madre sovrana è la Parola: giacché in esso registi e attori e apparato scenico non hanno, o non dovrebbero avere, altro compito che questo, di illustrare e potenziare la Parola regina. Proprio al contrario del Cinema, il quale essenzialmente è Visione commentata dalla parola. il Teatro drammatico è Parola commentata dalla visione.

La critica da gran tempo saluta le Baccanti di Euripide non solo il suo capolavoro ma l’opera sua per eccellenza dionisiaca
L’argomento della tragedia di Euripide, l’ultimo dei grandi tragici, si riferisce all’arrivo di Diòniso ( magistralmente interpretato da Roberto Latini) e delle sue Mènadi a Tebe, per propagarvi il culto bàcchico. E’ antichissima tradizione raccolta da più celebri scrittori classici ( Erodoto, Eliano) che codesto culto, fra le donne greche, provocò contagi di vera e propria follia. Perciò l’estro bàcchico non ai soli conservatori ma al buonsenso degli esseri comuni, nient’altro che dissolutezza invereconda; donde le opposizioni, durate a lungo , ma ( secondo la leggenda) sempre finite con la catastrofe degli oppositori. Nel dramma di Euripide l’oppositore é Pènteo ( restituitoci da Marco Cacciola), nipote e collaboratore del re; che per combattere il nuovo culto incomincia dall’imprigionare nella sua reggia l’incognito e bellissimo gruppo delle Baccanti. Ma costui, il quale non è altro che Dìoniso, fa crollare la reggia; e scatena contro Pènteo, andato a spiare i riti delle sue fedeli, l’ira delle femmine in delirio, che gli si avventano addosso e lo sbranano. La stessa madre sua, Agave ( la bravissima Alvia Reale) che è fra le Mènadi, accecata dall’ebbrezza, fa in pezzi il proprio figlio e ne porta in trionfo le spoglie; finché, tornata in sé, conosce la terrificante vendetta del dio.

Nelle Baccanti non c’è religiosità; c’è una superstizione feroce, dipinta con tratti così terribili, da far dubitare se il pittore voglia indurre alla riverenza, o non piuttosto alla repugnanza e all’orrore
La bellezza del dramma, per noi risiede altrove; è nei canti e nelle descrizioni pittoriche, delle più squisite fra quante Euripide ci abbia lasciato. E il coro, composto da 12 attori/atleti di cui 6 donne, era composto da Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati, ci ha davvero affascinato con le sue movenze altamente coordinate e particolarmente efficaci per raccontarci la vicenda in parte in greco, in parte in italiano. Dioniso è il dio del vino e dell’ebbrezza, il dio della follia , intesa come come totale abbandono alle forze recondite e misteriose della natura e della psiche, al di fuori di ogni controllo razionale o disciplina morale; è quindi il dio estatico, ma soprattutto è il dio che richiede dal fedele non gesti sorvegliati e consapevoli, bensì la rinuncia alla propria identità e l’adozione della identità divina. Il devoto di Bacco deve diventare a sua volta Bacco: il simbolo di questa fuoriuscita da se è la maschera, il volto arcano e impenetrabile di Dioniso che si sovrappone alla fisionomia individuale. Gran parte della mitologia dionisiaca è costituita dai “miti di resistenza”: proprio per la sua alterità radicale il dio suscita la reazione violenta dei personaggi che lo rifiutano e lo combattono; naturalmente ad avere l’ultima parola è Dioniso, che punisce crudelmente i suoi oppositori. Non bisogna infatti dimenticare che Bacco è sì gioia dei mortali, per il piacere profondo e appagante che l’estasi sa dispensare , ma è anche energia selvaggia e furore incontrollato: non c’è da stupirsi che infierisca contro le sue vittime con accanimento totale.
Il dionisismo è perciò soggetto a trasformazioni continue, all’insegna di una fluidità e di un dinamismo che si traducono in novità cultuali e culturali. Una vera opera teatrale scuote il riposo dei sensi, libera l’inconscio compresso, spinge a una sorta di rivolta virtuale, impone alla collettività radunata un atteggiamento eroico e difficile. e qui il grande Maestro greco Theodoros Terzopoulos, che ha curato anche le scene, le luci i costumi, grazie anche alla traduzione di Edoardo Sanguineti, è perfettamente riuscito nel suo intento di immergerci in queste profonde analisi Euripidee dell’animo umano. Ricollegando all’archetipo del rifugiato, partito da Tmolos tremila anni fa, ha viaggiato nelle zone di guerra del Medio Oriente, per finire, oggi, nel mare mediterraneo, sulle coste di Creta o Lampedusa.
Il teatro essenziale è come la peste, non perché è contagioso, ma perché come la peste è la rivelazione, la trasposizione in primo piano , la spinta verso l’esterno di un fondo di crudeltà latente attraverso il quale si localizzano in un individuo o in un popolo tutte le possibilità perverse dello spirito.
Il teatro, come la peste, è modellato su questo massacro, su questa separazione essenziale, scioglie conflitti, sprigiona forze, libera possibilità, e se queste possibilità e queste forze sono nere, la colpa non è della peste o del teatro, ma della vita. L’azione del teatro, come quello della peste, è benefica, perché, spingendo gli uomini a vedersi quali sono, fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia; scuote l’asfissiante inerzia della materia che deforma persino i dati più chiari dei sensi ; e rivelando alla collettività la loro oscura potenza, la loro forza nascosta, le invita ad assumere di fronte al destino un atteggiamento eroico e superiore che altrimenti non avrebbero mai assunto.
Con questo teatro euripideo ci ricolleghiamo ancora una volta alla vita invece di separarcene
Lo spettatore e noi stessi non potremmo più prenderci sul serio , se non avessimo ben chiara la sensazione che una parte della nostra vita profonda è impegnata in questa azione che ha per sfondo la scena. Ecco l’angoscia umana in cui lo spettatore dovrà trovarsi uscendo da questa tragedia. Egli sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno dello spettacolo che si svolgerà sotto i suoi occhi. E tale dinamismo sarà in diretta relazione con le angosce e con le preoccupazioni di tutta la sua vita.
Grandi numerosi applausi a tutto il cast fra cui anche Enzo Vetrano nel ruolo di Cadmo, Stefano Randisi in quello di Tiresia e Paolo Musio che interpreta il Corifeo assieme a Gemma Carbone nel ruolo di Corifea. e poi i due piacevolissimi messaggeri Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola.
Sempre di grande qualità questo Festival pompeiano con la direzione artistica di Roberto Andò prodotto dal Teatro di Napoli, Teatro Nazionale Parco Archeologico di Pompei, che proseguirà con altre notevoli nuove produzioni sia di prosa, sia di danza contemporanea, sempre con regie internazionali, fino al 12 luglio presso il millenario Teatro Grande ( costruito dai romani nel II secolo a.C. e poi sepolto dall’eruzione del Vesuvio del 79 ) degli scavi di Pompei all’interno del Parco Archeologico.
Sergio Buttiglieri©2026
Tournée stagione 2026 – 2027:
Teatro Storchi, Modena, dal 22 al 25 ottobre 2026.
Teatro Carignano, Torino, dal 9 al 14 marzo 2027.
Teatro della Pergola, Firenze, dal 2 al 4 aprile 2027.
Arena del Sole, Bologna, dall’ 8 all’ 11 aprile 2027.