Nella Venezia del Quattrocento il mondo era ancora una geografia incerta. Le terre conosciute convivevano con quelle soltanto immaginate, le rotte si costruivano sull’esperienza dei navigatori, le notizie viaggiavano con i mercanti e ogni nuova informazione poteva modificare ciò che fino a quel momento si riteneva vero. In questo straordinario contesto prende forma il Mappamondo di Fra Mauro, una delle più importanti testimonianze della cultura veneziana del Rinascimento, oggi conservata alla Biblioteca Nazionale Marciana. Realizzato nella seconda metà del Quattrocento dal monaco camaldolese Fra Mauro, il grande planisfero non è soltanto una carta geografica, ma la rappresentazione di una civiltà che aveva fatto della conoscenza del mondo una necessità economica, politica e culturale.
Fra Mauro non era un esploratore nel senso moderno del termine
La sua grandezza consisteva soprattutto nella capacità di raccogliere informazioni provenienti da fonti diverse e di metterle in relazione. Nella sua opera confluiscono conoscenze antiche, testimonianze di viaggiatori, informazioni provenienti dai mercanti, esperienze della navigazione e tradizioni geografiche differenti. È una caratteristica profondamente veneziana: Venezia conosceva il mondo perché sapeva ascoltare coloro che lo attraversavano. La città era un punto di incontro tra uomini, merci, lingue e culture e proprio questa continua circolazione di esperienze aveva trasformato la laguna in uno dei grandi centri della conoscenza europea. Il mare, che poteva apparire come un confine, diventava invece una strada; la distanza non rappresentava soltanto un ostacolo, ma un’opportunità. Il Mappamondo racconta quindi anche l’evoluzione di un’idea fondamentale: la conoscenza non appartiene soltanto ai libri del passato, ma nasce dal confronto tra ciò che è stato tramandato e ciò che l’esperienza dimostra. Per conoscere non basta possedere una verità ricevuta: occorre confrontarla con la realtà, ascoltare altre testimonianze, mettere in discussione le proprie certezze. In questo senso Fra Mauro appartiene pienamente a quella stagione culturale che conduce l’Europa verso la modernità. La sua carta è il risultato di una curiosità che non si accontenta di ciò che già conosce e che cerca, attraverso il confronto, di costruire una rappresentazione più ampia del mondo.
La storia del Mappamondo è anche la storia della Venezia mercantile
Conoscere una costa significava poterla raggiungere; conoscere un porto significava poter commerciare; conoscere una rotta significava poter competere. La conoscenza geografica aveva quindi un valore concreto e diventava una forma di potere. Venezia aveva compreso che la propria forza non dipendeva soltanto dalle navi o dalle ricchezze accumulate, ma dalla capacità di raccogliere informazioni, interpretarle e trasformarle in decisioni. In questo sta una delle ragioni della sua straordinaria longevità: una società rimane vitale quando sa osservare ciò che cambia e possiede gli strumenti culturali per interpretarlo.
Quel patrimonio di ieri contiene dunque un valore che non dovrebbe essere confuso con la nostalgia
Il valore della Venezia storica non consiste soltanto nei palazzi, nei monumenti o nella memoria di una grande Repubblica, ma nella cultura che li ha prodotti: il senso della responsabilità, la capacità di guardare lontano, la curiosità verso ciò che è diverso, il valore della competenza, la capacità di mediare tra interessi differenti e soprattutto la consapevolezza che il futuro si costruisce attraverso la conoscenza. È questo patrimonio immateriale che merita di essere recuperato. Ed è proprio qui che un documento antico come il Mappamondo di Fra Mauro entra nel nostro presente. La distanza tecnologica tra quella Venezia e la società contemporanea è enorme, ma il problema della conoscenza rimane sorprendentemente attuale. Fra Mauro viveva in un’epoca nella quale ottenere un’informazione era difficile, lento e costoso. Oggi viviamo nella condizione opposta: l’informazione è immediata, abbondante e continuamente disponibile. Abbiamo accesso a una quantità di dati che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Possiamo conoscere in pochi secondi ciò che accade dall’altra parte del mondo. Eppure questa straordinaria disponibilità non coincide necessariamente con una maggiore conoscenza.
È forse questa la contraddizione più importante del nostro tempo
Abbiamo moltiplicato la possibilità di sapere, ma non sempre abbiamo sviluppato nella stessa misura la capacità di comprendere. L’informazione è diventata veloce, mentre la conoscenza richiede ancora tempo. L’informazione può essere condivisa in un istante; la conoscenza nasce invece dalla verifica, dal confronto, dalla memoria e dalla capacità critica. La nostra epoca tende spesso a confondere le due cose: ciò che circola molto viene considerato importante, ciò che è immediato viene percepito come vero, ciò che ottiene attenzione sembra acquistare automaticamente autorevolezza. La popolarità finisce così per diventare una forma impropria di legittimazione. Questa trasformazione riguarda anche il modo nel quale viviamo Venezia. La città che per secoli ha costruito la propria grandezza attraverso la conoscenza, lo scambio e il confronto con il mondo è oggi una delle città più osservate, fotografate e celebrate del pianeta. Il turismo ne ha fatto un luogo universale, ma anche un grande palcoscenico nel quale bellezza, notorietà, eventi e rappresentazione rischiano talvolta di prevalere sulla sua dimensione più autentica. Venezia viene attraversata, fotografata, condivisa, celebrata. La sua immagine viaggia continuamente nel mondo e spesso precede l’esperienza stessa della città. Si viene a Venezia per conoscerla, ma sempre più spesso anche per poter dire di esserci stati; per vivere un’esperienza, ma anche per trasformarla immediatamente in un’immagine da mostrare. La curiosità che aveva spinto Venezia a guardare oltre il proprio orizzonte era una curiosità fondata sul desiderio di comprendere. Quella contemporanea rischia invece talvolta di ridursi al desiderio di possedere un’immagine, un’esperienza, un frammento di notorietà. Anche il successo personale viene sempre più misurato attraverso la visibilità: essere presenti, essere riconosciuti, essere fotografati, ottenere attenzione. La società dell’immagine ha trasformato la notorietà in una sorta di valore sociale e, in alcuni casi, sembra aver sostituito la conoscenza con l’apparenza della conoscenza.
Per questo il Mappamondo di Fra Mauro può essere letto oggi come una lezione civile e, allo stesso tempo, come una provocazione
Fra Mauro aveva davanti a sé un mondo in gran parte sconosciuto e cercava pazientemente di ricomporlo attraverso testimonianze, esperienze e conoscenze differenti. Noi abbiamo il mondo a portata di mano, ma rischiamo di perdere la capacità di interrogarlo. Abbiamo più informazioni, ma meno tempo per comprenderle; più immagini, ma meno memoria; più possibilità di comunicare, ma non necessariamente una comunicazione più profonda. La tecnologia ha allargato enormemente il nostro accesso al sapere, ma non può sostituire quella disciplina del pensiero che permette di distinguere ciò che è importante da ciò che semplicemente attira attenzione.
È da questa consapevolezza che può nascere il senso di un Manifesto RE Umanesimo
Non un ritorno al passato, e nemmeno una contrapposizione alla tecnologia, ma la ricerca di un nuovo equilibrio nel quale il progresso torni ad avere al centro la persona. RE Umanesimo significa recuperare dal passato ciò che conserva valore e trasformarlo in una responsabilità per il futuro: la cultura come strumento di libertà, la conoscenza come esercizio critico, l’educazione come fondamento della convivenza, la competenza come forma di responsabilità, la relazione umana come antidoto alla solitudine della comunicazione digitale. Significa soprattutto restituire valore al tempo. Il tempo necessario per studiare, per ascoltare, per comprendere, per dubitare, per cambiare idea. In una società nella quale tutto tende a essere immediato, il pensiero deve tornare ad avere la possibilità di essere lento. In una società nella quale la visibilità rischia di diventare misura del valore, occorre tornare a riconoscere il valore di ciò che non ha bisogno di essere esibito. In una società nella quale tutti possono parlare, dobbiamo tornare a educare alla responsabilità di ciò che si dice.
Venezia può diventare uno dei luoghi simbolici di questa riflessione
La sua storia dimostra che una civiltà non cresce isolandosi, ma aprendosi al mondo; non cresce accumulando ricchezze senza visione, ma trasformando conoscenza e relazioni in futuro. Il suo patrimonio non dovrebbe quindi essere soltanto conservato: dovrebbe essere interpretato e trasmesso alle nuove generazioni come una forma di educazione alla complessità. La vera sfida della Venezia contemporanea non è allora soltanto difendere i propri monumenti dall’usura del tempo o governare la pressione del turismo. È impedire che una città nata dall’incontro tra culture, conoscenze e persone venga ridotta alla propria immagine. Venezia non deve diventare soltanto il luogo nel quale il mondo viene a farsi fotografare. Deve continuare a essere il luogo nel quale il mondo viene a pensare, conoscere, confrontarsi. Fra Mauro cercava di rappresentare un mondo che ancora non conosceva. Noi viviamo in un mondo nel quale possiamo vedere quasi tutto e, proprio per questo, rischiamo di credere di conoscere tutto. È qui che il passato diventa una responsabilità e non una semplice memoria. RE Umanesimo nasce dalla necessità di ricomporre ciò che la velocità ha separato: conoscenza e coscienza, tecnologia e persona, progresso e responsabilità, comunicazione e relazione.
Il futuro non avrà bisogno soltanto di uomini più informati, ma di persone più consapevoli, capaci di trasformare il sapere in coscienza e la coscienza in responsabilità. È questa, per me, l’idea di RE Umanesimo: una passione per l’uomo che non rifiuta la modernità, ma pretende che la modernità non perda l’anima. Una passione per la cultura come necessità, per l’educazione come crescita della persona, per la bellezza come profondità e non come semplice apparenza. Oggi, invece, rischiamo di vivere in una società nella quale tutto deve essere mostrato, condiviso, applaudito. Ma la notorietà passa; ciò che ha valore rimane. Forse il vero RE-Umanesimo comincia proprio qui: nel desiderio di tornare a guardare oltre l’immagine, oltre l’apparenza, oltre il rumore. Perché sapere tutto non significa conoscere il mondo, e vedere Venezia non significa comprenderla. Significa ancora avere la passione, e il coraggio, di capire.
Il Manifesto del RE-Umanesimo è un’opera ideata e sviluppata da M.Lion, che ne detiene la paternità intellettuale e i relativi diritti d’autore. Ogni utilizzo, riproduzione o diffusione, totale o parziale, deve avvenire nel rispetto della normativa vigente in materia di proprietà intellettuale e previa autorizzazione dell’autrice.