Ogni estate scelgo alcuni libri dalla mia biblioteca personale. Non necessariamente quelli che avrei dovuto leggere durante l’anno, né quelli che le classifiche indicano come imperdibili, ma quelli che, per qualche ragione, sento possano accompagnare il tempo più lento dei mesi estivi. La scelta nasce spesso da una domanda, da una curiosità rimasta in sospeso o semplicemente dalla sensazione che un determinato libro possa restituirci uno sguardo diverso sul mondo nel quale viviamo.
Quest’anno, tra le letture che ho scelto, c’è L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks, un libro che apparentemente appartiene alla neurologia e che invece, pagina dopo pagina, si rivela una delle più interessanti riflessioni contemporanee sulla natura dell’uomo.
Sacks, neurologo e scrittore, racconta alcuni dei casi incontrati durante la sua attività clinica. Sono persone alle quali una lesione o una particolare alterazione neurologica ha modificato il rapporto con la realtà: qualcuno perde la memoria, qualcun altro non riconosce più i volti, altri ancora non riescono a percepire correttamente lo spazio, il movimento o il significato degli oggetti. Ma ciò che rende il libro straordinario non è la singolarità dei casi. È il modo in cui Sacks decide di raccontarli. Non guarda il paziente come un insieme di sintomi da classificare, ma come un essere umano la cui identità continua a esistere anche quando una parte delle sue facoltà viene meno.
È una distinzione che oggi assume un significato particolare
Viviamo in una società nella quale abbiamo affinato enormemente la capacità di riconoscere, classificare e misurare. Le tecnologie digitali sono in grado di riconoscere un volto, individuare un oggetto, elaborare milioni di informazioni e stabilire correlazioni che sfuggono alla nostra percezione. Abbiamo imparato a vedere moltissimo, forse più di qualsiasi altra generazione prima di noi. Ma vedere non significa necessariamente comprendere.
Il caso che dà il titolo al libro è emblematico
Il protagonista vede perfettamente, ma non riesce più a riconoscere ciò che vede nella sua totalità. Può descrivere un dettaglio, una forma, un particolare, ma non ricomporlo in un significato. È così che può arrivare a scambiare la moglie per un cappello. La condizione è neurologica e Sacks la descrive con il rigore dello scienziato; ma, attraverso quella storia, si apre una riflessione molto più ampia sulla nostra capacità di entrare in rapporto con la realtà.
Non è forse ciò che accade, in forme completamente diverse, anche a noi?
Abbiamo imparato a osservare il mondo attraverso frammenti. Una fotografia diventa una persona, un titolo diventa una storia, un numero diventa il valore di un’impresa, una recensione diventa la qualità di un luogo, una statistica diventa la misura di una comunità. Il dettaglio ha progressivamente preso il posto dell’insieme e la rappresentazione tende sempre più spesso a sostituire la realtà.
È qui che un libro di neurologia diventa, quasi inaspettatamente, un libro sull’umanesimo.
Sacks non mette mai in discussione la scienza. Al contrario, ne dimostra tutta la potenza. Ma ci ricorda che la conoscenza scientifica, per quanto precisa, non esaurisce l’esperienza dell’individuo. Una diagnosi può descrivere una condizione, ma non può raccontare interamente una persona. Dietro il sintomo rimane una storia, dietro la disfunzione rimane una sensibilità, dietro ciò che abbiamo classificato come anomalia continua a vivere un individuo con il proprio modo, irriducibile, di abitare il mondo.
È forse questo il passaggio che più mi interessa del libro e che mi sembra particolarmente vicino alla necessità di un nuovo umanesimo. L’umanesimo contemporaneo non può consistere nel rimpianto di un mondo precedente alla tecnologia, né nella contrapposizione tra cultura e innovazione. Deve piuttosto interrogarsi su come utilizzare la conoscenza, la tecnica e gli strumenti che abbiamo costruito senza perdere la capacità di riconoscere ciò che non può essere ridotto a un dato. In questo senso Sacks è un autore straordinariamente moderno. La sua attenzione per il singolo individuo rappresenta quasi una forma di resistenza alla semplificazione. Là dove noi siamo portati a cercare categorie, egli cerca storie; là dove cerchiamo una definizione, egli cerca una persona. E soprattutto non pretende di eliminare il mistero che accompagna ogni individuo. Lo osserva, lo studia, cerca di comprenderlo, ma accetta che una parte dell’essere umano rimanga sempre oltre ciò che possiamo spiegare.
Forse è proprio per questo che ho scelto questo libro
Perché l’estate, almeno per me, dovrebbe essere anche un tempo nel quale sottrarre qualcosa alla velocità e restituire spazio alla riflessione. Non necessariamente per evadere dalla contemporaneità, ma per rientrarvi con maggiore consapevolezza. Un buon libro estivo non è necessariamente quello che ci fa dimenticare il mondo; può essere quello che, dopo averlo letto, ci permette di guardarlo nuovamente.
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello si può leggere più volte e scoprire mai lo stesso significato. È un libro sulla malattia, ma soprattutto sulla normalità; sulla percezione, ma anche sull’identità; sulla neurologia, ma infine sulla dignità della persona. E mentre lo si legge viene spontaneo chiedersi quanto della nostra vita sia costruito sulla capacità di riconoscere davvero ciò che abbiamo davanti. Forse la questione più urgente non riguarda più soltanto ciò che siamo capaci di vedere, ma ciò che siamo ancora capaci di comprendere. In un’epoca nella quale tutto tende a diventare immagine, informazione e prestazione, Sacks ci ricorda con discrezione che l’uomo non coincide mai completamente con ciò che di lui possiamo osservare.
È una lezione semplice e, proprio per questo, non facile da dimenticare: prima di interpretare una persona bisogna imparare a guardarla. E prima ancora di guardarla, forse, bisogna concederle il tempo necessario per non ridurla a ciò che già crediamo di sapere.
