Non è propriamente un libro su Venezia, almeno non nel senso in cui normalmente intendiamo un libro dedicato a una città. Non è una guida, non è un reportage e nemmeno un semplice diario di viaggio. Venezia è piuttosto il punto di partenza attraverso il quale Brodskij riflette sul tempo, sull’acqua, sulla memoria, sulla bellezza e sulla propria condizione di uomo lontano dalla patria. La città diventa lentamente una forma del pensiero.
Fondamenta degli incurabili di Fondamenta degli incurabili è un libro breve, appena 120 pagine nell’edizione Adelphi, ma di una densità che lo rende molto più grande delle sue dimensioni. Pubblicato originariamente nel 1989 con il titolo Watermark, nasce dal rapporto particolare che il poeta russo Iosif Brodskij aveva costruito con Venezia, città nella quale tornò regolarmente dal 1972 e che amava soprattutto d’inverno. L’edizione italiana, tradotta da Gilberto Forti, è stata pubblicata da Adelphi nel 1991.
Brodskij non cerca la Venezia monumentale delle cartoline. La sua Venezia è soprattutto quella dell’inverno, della nebbia, dell’acqua, dei riflessi, delle calli quasi deserte, dell’umidità che modifica i contorni delle cose. È una città osservata quando perde la sua dimensione spettacolare e turistica e torna, per quanto possibile, a essere un luogo abitato dal tempo. Proprio questa scelta rende il libro particolarmente attuale: Brodskij sembra suggerire che per comprendere veramente un luogo occorra sottrarlo alla sua immagine più conosciuta. La sua scrittura procede per associazioni, ricordi, immagini e improvvise aperture filosofiche. Un dettaglio architettonico può condurre alla memoria personale; l’acqua può diventare una riflessione sull’origine della vita; una passeggiata può trasformarsi in una meditazione sulla morte. È questo il tratto più affascinante del libro: Venezia non viene semplicemente descritta, ma continuamente reinterpretata attraverso lo sguardo di chi la attraversa. La critica letteraria e le recensioni hanno sottolineato proprio questo passaggio dalla percezione concreta della città a una dimensione quasi metafisica.
Il titolo stesso è significativo. Le “Fondamenta degli incurabili” richiamano l’antico ospedale degli Incurabili, situato alle Zattere, a Dorsoduro
Ma nell’universo di Brodskij l’espressione assume un significato più ampio. Gli incurabili siamo forse tutti noi, uomini incapaci di sottrarci al tempo, alla memoria, alla nostalgia e alla consapevolezza della fine. Venezia, costruita sull’acqua e continuamente minacciata dall’acqua, diventa allora una metafora straordinariamente potente della condizione umana: una città apparentemente fragile che continua a esistere proprio nel rapporto con ciò che potrebbe distruggerla. Ed è forse questa la ragione per cui il libro continua a parlare al lettore contemporaneo. Brodskij non racconta soltanto Venezia, ma racconta il nostro modo di guardare i luoghi. In un’epoca nella quale le città turistiche rischiano di essere consumate attraverso immagini rapide, itinerari standardizzati e fotografie identiche, Fondamenta degli incurabili propone l’esatto contrario: rallentare lo sguardo fino a permettere al luogo di diventare esperienza.
È anche, indirettamente, un libro sul turismo prima del turismo contemporaneo
Brodskij ama Venezia proprio quando la città non offre nulla di immediatamente spettacolare. Il suo viaggio non è costruito sulla quantità delle cose da vedere, ma sulla qualità della percezione. Non cerca di accumulare monumenti, ma di entrare in relazione con una città. Questa è forse la sua lezione più moderna. Per questo Fondamenta degli incurabili potrebbe essere letto oggi anche come una riflessione sul rapporto fra turismo e territorio. La Venezia di Brodskij non è una destinazione da consumare, ma un luogo da abitare temporaneamente con lo sguardo. Il visitatore non è chiamato a collezionare esperienze, ma ad accettare il ritmo della città. L’acqua, la nebbia, il silenzio e l’inverno diventano parte dell’esperienza quanto San Marco o il Canal Grande.
È una concezione del viaggio molto lontana dal turismo contemporaneo fondato sulla velocità. E proprio per questo può essere una lettura preziosa oggi. In un momento nel quale le destinazioni cercano di aumentare le presenze, Brodskij ci ricorda implicitamente che il valore di un luogo non coincide con la quantità di persone che riesce ad attirare, ma con la profondità dell’esperienza che riesce a lasciare. La sua Venezia non ha bisogno di essere spiegata continuamente. Chiede piuttosto di essere guardata. E forse è questa la forma più alta di viaggio: arrivare in un luogo e accorgersi, lentamente, che non siamo noi a possederlo attraverso fotografie e ricordi, ma è quel luogo a modificare il nostro modo di vedere il mondo.
Per una lettura estiva, Fondamenta degli incurabili ha inoltre un singolare paradosso: è un libro che insegna a conoscere Venezia attraverso l’inverno. Ed è proprio questa distanza dalla stagione turistica a renderlo prezioso. Ci ricorda che una città non coincide con la stagione nella quale viene maggiormente consumata e che il suo carattere più autentico può emergere proprio quando il turismo arretra. Non è dunque un libro da leggere per conoscere Venezia. È un libro da leggere per imparare a guardarla. E, forse, per imparare a guardare in modo diverso ogni luogo nel quale arriviamo.
