Morte a Venezia, diretto da Luchino Visconti nel 1971 e tratto dalla novella di Thomas Mann, appartiene a questa rara categoria di opere che, ogni volta che tornano sullo schermo, sembrano parlare non del passato, ma del presente. La sua presenza nella memoria della Mostra del Cinema assume così un significato particolare: nel 2018 la Biennale lo ha accolto nella sezione Venezia Classici, presentandone il restauro realizzato dalla Cineteca di Bologna e dall’Istituto Luce-Cinecittà. Un gesto che è stato molto più di un recupero filologico: è sembrato quasi un omaggio a Visconti e alla stessa Venezia, quella città che il regista aveva saputo trasformare in un personaggio, in un’atmosfera, in una condizione dell’anima.
Rivederlo oggi, nei giorni della Mostra del Cinema, significa dunque guardare due epoche diverse della stessa città e scoprire che, nonostante tutto, qualcosa continua a unirle: il bisogno di interrogarsi sul tempo, sulla bellezza e sulla fragilità dell’uomo. Nel film, Venezia non è semplicemente il luogo nel quale si svolge una storia. È una presenza. È splendore e decadenza, eleganza e inquietudine, desiderio e dissoluzione. Gustav von Aschenbach arriva al Lido alla ricerca della bellezza e finisce per incontrare il tempo, la propria finitezza, l’impossibilità di trattenere ciò che è destinato a cambiare. Tadzio diventa così molto più di un oggetto del desiderio: è l’immagine di una bellezza assoluta che l’uomo può soltanto contemplare, mai possedere. La straordinaria modernità di Visconti sta proprio qui. La sua Venezia è una città che continua a mostrarsi splendida mentre qualcosa, sotto quella superficie perfetta, si sta consumando. L’epidemia di colera viene nascosta, la società continua i propri rituali, gli ospiti dell’albergo sembrano vivere dentro una rassicurante rappresentazione del mondo. E intanto la realtà irrompe, silenziosa, inesorabile. La Biennale stessa, presentando il film, ha parlato di una Venezia morente nella quale Visconti riassume la crisi di un’intera cultura.
È difficile non vedere, in questa contraddizione, una metafora ancora attuale
Anche il Festival di oggi vive dentro una straordinaria tensione tra rappresentazione e realtà. Il red carpet, le luci, gli abiti, i fotografi, le celebrità costruiscono il grande rito contemporaneo della visibilità; ma oltre quel rito il cinema continua a raccontare le inquietudini del nostro tempo, le guerre, le trasformazioni sociali, le solitudini, le paure e le contraddizioni di una società che cambia. La Mostra rimane così uno dei luoghi nei quali il mondo non soltanto si mette in scena, ma prova a guardarsi. Ed è forse questo il significato più profondo di Venezia oggi: essere contemporaneamente spettacolo e coscienza dello spettacolo.
Visconti aveva intuito che la bellezza, quando diventa soltanto superficie, può trasformarsi in una forma di rimozione. Aschenbach cerca di cancellare i segni del tempo dal proprio volto, ma proprio nel tentativo di sembrare ciò che non è più finisce per rendere visibile la propria fragilità. È una delle immagini più potenti del cinema moderno: l’uomo che combatte contro il tempo e, combattendolo, ne rivela tutta la forza. Oggi quella stessa ossessione ha assunto forme diverse. La ricerca della giovinezza, dell’immagine perfetta, della riconoscibilità, della presenza continua nello spazio pubblico e digitale sembra aver trasformato la visibilità in una nuova misura dell’esistenza. Ci mostriamo per essere riconosciuti, costruiamo immagini per sentirci presenti, spesso confondiamo ciò che appare con ciò che realmente siamo.
Per questo Morte a Venezia continua a inquietare
Non perché racconti semplicemente la morte, ma perché racconta l’incapacità di accettare il cambiamento. E Venezia, più di ogni altra città, sembra custodire questa lezione. È una città che sopravvive trasformandosi, che porta nella propria bellezza le tracce del tempo, che non può essere separata dalla propria memoria. Il Festival che ogni anno la abita è, in fondo, parte dello stesso paradosso: celebra il nuovo attraverso il confronto con ciò che è stato.
Il ritorno di Morte a Venezia nella Mostra, attraverso Venezia Classici, assume allora un valore quasi simbolico. Restaurare quelle immagini significa restituire nitidezza non soltanto a un capolavoro, ma a una certa idea di Venezia: una città capace di diventare cinema e, attraverso il cinema, memoria universale. È un omaggio al film, certamente, ma anche alla città che Visconti ha consegnato alla nostra immaginazione con una forza che il tempo non ha cancellato. Forse è questa la vera attualità di Visconti. In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediato, giovane, nuovo e continuamente sostituito, il suo cinema ci ricorda il valore della durata, della memoria, della profondità. Ci ricorda che non tutto ciò che passa deve essere dimenticato e che non tutto ciò che appare nuovo rappresenta necessariamente un progresso.
Alla fine di Morte a Venezia, mentre Aschenbach osserva Tadzio allontanarsi verso il mare, la bellezza rimane intatta e l’uomo comprende, troppo tardi, di non poterla trattenere. È un’immagine che contiene una verità semplice e difficile: maturare significa anche imparare a lasciare andare ciò che non può appartenerci.
È forse questa la lezione che Venezia continua a offrire al cinema e, attraverso il cinema, a noi
Una lezione di bellezza, ma soprattutto di consapevolezza: perché il futuro non nasce dalla negazione del tempo, bensì dalla capacità di attraversarlo senza perdere la memoria di ciò che siamo stati. E mentre la Mostra continua a raccontare il presente, Venezia resta lì, sospesa tra passato e futuro, con la sua bellezza fragile e ostinata. Come nel film di Visconti, ci ricorda che il tempo non può essere fermato. Ma il cinema può fare qualcosa di altrettanto prezioso: può impedirci di dimenticare ciò che il tempo, inevitabilmente, porta via.
Segnalo un’occasione da non perdere: “Omaggio a Luchino Visconti” In occasione del doppio anniversario del Maestro Luchino Visconti ((120 anni dalla nascita e 50 dalla scomparsa), la “Fondazione Sandretto Re Rebaudengo” presenta la proiezione della copia restaurata di “Morte a Venezia” di Luchino Visconti, in collaborazione con la “Cineteca di Bologna” e promosso dalla Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. 11 Settembre 2026 – ore 18.30. Isola di San Giacomo, Venezia