La sapienza civile. Studi sull’Umanesimo a Venezia di Vittore Branca è un libro pubblicato nel 1998 da Leo S. Olschki, il volume raccoglie studi maturati lungo decenni di ricerca e compone, attraverso figure, testi, biblioteche, scuole, rapporti politici e religiosi, il ritratto di una Venezia molto diversa da quella che la tradizione più facile ci ha consegnato: non soltanto la Venezia della pittura, della magnificenza e del mito, ma una città nella quale la cultura fu una forza della vita civile.
Già nell’Introduzione Branca dichiara la natura della sua impresa ricordando come l’Umanesimo veneziano fosse stato a lungo «emarginato e quasi negato». La sua ricerca nasce dunque da un atto di restituzione: riportare alla luce una tradizione che una certa storiografia, troppo legata a un modello fiorentino e letterario dell’Umanesimo, aveva finito per non vedere. A Venezia, sostiene Branca, l’esperienza umanistica non può essere separata dalla storia della Repubblica, dalle sue istituzioni, dalla sua politica, dalle sue relazioni con l’Oriente e con l’Europa. È proprio questa interazione fra cultura e vita pubblica a costituirne l’identità più profonda.
La parola decisiva è dunque quella del titolo: sapienza. Non semplice erudizione, non accumulo di testi, non culto antiquario del mondo classico, ma un sapere capace di entrare nella vita e di orientarla. Branca insiste sulla necessità di ricomporre filologia ed erudizione, perché soltanto attraverso una conoscenza rigorosa delle fonti diventa possibile comprendere davvero la storia dei testi e, con essa, la storia degli uomini. La sua polemica contro l’astrazione non è soltanto metodologica: dietro il filologo si intravede una precisa idea della cultura, intesa come esercizio di responsabilità nei confronti della realtà.
È questa la ragione per cui, nelle pagine dedicate a Ermolao Barbaro, la figura dell’umanista appare inseparabile da quella del civis. Barbaro è filologo, filosofo, teologo, diplomatico; nelle sue orazioni a Massimiliano, Luigi XII e Giulio II, come nei suoi studi aristotelici e nei suoi interessi scientifici, le diverse forme del sapere non si dispongono una accanto all’altra, ma convergono. Branca parla esplicitamente della «vera sinergia» fra sapienza letterario-filosofico-teologica e sapienza politico-civile. È una delle immagini più riuscite del libro, perché permette di comprendere che cosa Branca intenda realmente per Umanesimo: non una specializzazione del sapere, ma la sua ricomposizione intorno all’uomo e alla sua vita.
Da questa prospettiva acquistano particolare rilievo anche le pagine su Lauro Quirini, sulla sua duplice ascesa umanistica e politica, sul rapporto con il Bessarione e soprattutto sulla sua attività di promotore dell’acquisizione, dell’esecuzione e del commercio dei libri greci. Il libro, qui, sembra quasi uscire dalle biblioteche per entrare nelle strade della città: il sapere viaggia, passa attraverso il commercio, incontra la diplomazia, costruisce relazioni fra uomini e paesi. La cultura non è più un luogo chiuso; è una forma di circolazione.
E Venezia, nella lettura di Branca, appare precisamente come un luogo di circolazione
Il rapporto fra mondo greco-bizantino e mondo latino-veneziano, la Scuola di Rialto, gli studi aristotelici, la filologia di Ermolao, i rapporti epistolari con gli umanisti francesi, fiamminghi e tedeschi, fino alla presenza di Erasmo nel circolo di Barbaro e Manuzio, mostrano una città nella quale l’Umanesimo assume quasi naturalmente una vocazione europea. È qui che entra in scena Aldo Manuzio, forse la figura nella quale la tesi di Branca trova la sua forma più luminosa. Aldo comprende che, quando la civiltà umanistica e le libertà italiane sembrano precipitare, occorre costruire un nuovo spazio di appartenenza. La sua Accademia Aldina e il progetto di una respublica litteraria rappresentano, nella lettura di Branca, il tentativo di dare al sapere una patria più grande delle frontiere politiche. Il libro stampato diviene allora non soltanto strumento di trasmissione, ma dispositivo di civiltà. Non è secondario che Branca colleghi questa vicenda alla nascita di una cultura capace di comprendere insieme persona, società e natura. L’attenzione di Aldo e del suo ambiente alla matematica, alla medicina, alla filosofia naturale, così come la continuità ideale con le ricerche di Ermolao, mostrano un Umanesimo che non teme la scienza e non la considera estranea alla cultura dell’uomo. Al contrario, la conoscenza del mondo naturale diventa una delle forme attraverso cui l’uomo amplia la propria libertà di comprendere.
Anche le arti, per Branca, appartengono a questo medesimo movimento
L’Umanesimo veneziano produce una «coscienza creatrice» che passa dagli umanisti ai pittori e che Branca interpreta attraverso il suggestivo contrasto fra fingere e pingere: non più un dipingere inteso come gesto passivo, ma un creare consapevole. Accanto a questo emerge l’aspirazione a una sintesi delle arti, che troverà una delle sue espressioni nella cultura architettonica e nella riflessione di Daniele Barbaro. È un passaggio importante perché impedisce di leggere il libro come una semplice storia delle lettere: la civiltà umanistica viene concepita come una trama nella quale parola, immagine, architettura, filosofia e scienza si alimentano reciprocamente.
Ma forse la parte più affascinante del volume comincia quando Branca smette di considerare l’Umanesimo come un periodo storico delimitato e ne segue la lunga durata veneziana. La perdita della potenza politica non coincide con la morte della città. Dopo Agnadello e la Lega di Cambrai, Venezia costruisce progressivamente un’altra forma di centralità: diventa «occhio del mondo», «regina di libertà», modello di buon governo; nel Settecento si trasforma nella «calamita d’Europa». Editoria, pittura, architettura, musica, teatro e spettacolo continuano a produrre quella che Branca definisce una «sapienza civile, interculturale e interpressiva».
La Venezia che emerge da queste pagine è dunque una città capace di sopravvivere attraverso la metamorfosi. Quando non può più essere capitale politica, diventa capitale culturale; quando perde il dominio, conserva la capacità di attrarre; quando tramonta una forma della sua potenza, ne nasce un’altra. La lunga teoria degli artisti e degli intellettuali che nei secoli successivi arrivano a Venezia — da Byron a Chateaubriand, da Shelley a Turner, da Chopin a Ruskin, fino a Proust e Pound — diventa quasi la prova narrativa di questa persistenza.
Per questo, verso la fine dell’Introduzione, Branca può parlare di un Umanesimo veneziano «metastorico e metabolico»: una cultura che non rimane imprigionata nel momento nel quale è nata, ma continua a trasformarsi e a generare nuove forme. È probabilmente questa l’idea più feconda dell’intero libro. L’Umanesimo, nella sua interpretazione, non è un museo di valori antichi da conservare intatti; è una capacità di trasformazione che attraversa le epoche senza rinunciare alla centralità dell’uomo.
Ed è proprio qui che La sapienza civile acquista, oggi, una risonanza che va oltre la storia veneziana
Branca mostra infatti che le civiltà più vitali non sono quelle che separano il sapere dalla società, la cultura dall’economia, la scienza dall’arte, la creatività dalla responsabilità. Sono quelle capaci di metterli in relazione. L’Umanesimo veneziano nasce e cresce precisamente in questo spazio di intersezione, dove il sapere diventa azione civile e la cultura contribuisce a dare forma alla comunità. L’ultima pagina dell’Introduzione porta questa intuizione fino al presente. Venezia, scrive Branca, è passata da «forte repubblica» e quasi «altera Roma» alla respublica litteraria universalis immaginata da Francesco Barbaro e impostata da Aldo Manuzio; e ciò che i grandi umanisti veneziani avevano voluto per la loro città diventa, nelle sue parole, un compito da far vivere «oggi nel mondo e per l’umanità».
È difficile immaginare una conclusione più lontana dall’idea dell’Umanesimo come nostalgia. Branca non ci consegna un passato da rimpiangere, ma una forma del pensiero da riattivare. La sua Venezia insegna che una cultura è veramente viva quando non si limita a custodire ciò che ha ricevuto, ma riesce a trasformare la propria memoria in una responsabilità verso ciò che ancora non esiste.
Ed è forse proprio questo ciò che più mi resta, dopo aver attraversato le pagine di La sapienza civile: la sensazione che l’Umanesimo non sia una stagione conclusa della nostra storia, né un patrimonio da contemplare con nostalgia, ma una domanda che torna a riguardarci. Branca ci ha fatto vedere Venezia non soltanto come una città che ha prodotto cultura, ma come una civiltà che ha cercato, attraverso la cultura, di dare una forma più consapevole alla propria idea di uomo e di comunità. Ed è da questa consapevolezza che, sentiamo nascere oggi la necessità di un nuovo Umanesimo: non per tornare a ciò che eravamo, ma per provare a capire, con gli strumenti del nostro tempo, quale idea di uomo vogliamo consegnare al futuro.
