È sempre un piacere rivedere la Traviata di Giuseppe Verdi, una delle sue opere più popolari da sempre in cartellone in tutto il mondo. Sembra che ogni anno vengano messe in scena nei teatri d’opera di tutti i continenti le opere verdiane in almeno 25.000 rappresentazioni e la Traviata è sicuramente fra le più gettonate.
L’ altra sera al Teatro Alla Scala rivedendo La Traviata con la pregevole regia di Liliana Cavani ci siamo ritrovati nella inimitabile magia operistica di Verdi da alcuni critici all’inizio tacciata di “wagnerismo” per il troppo protagonismo dell’orchestra. Anche se gli insegnanti del Conservatorio di Milano dissero a suo tempo che egli non aveva attitudini per la musica e che egli non possedeva nessuna abilità. Verdi non aveva che del genio: troppo poco per dei professori e dei critici che a lungo avevano criticato le sue prime regie liriche. Poi hanno svoltato l’atteggiamento verso di lui, con una incondizionata esaltazione dell’ultimo Verdi, quello che, secondo il loro parere, “aveva imparato il mestiere”. Come in questa Traviata del 1853 su libretto di Giuseppe Maria Piave, tratto dal libro La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio. La sua prima rappresentazione assoluta andò in scena a Venezia al Teatro La Fenice.
«Il suo alito ha un sano odore di cipolla e la sua voce è imperiosa, i suoi istinti pieni di veemenza primitiva. E questo a molti disturbava».
Perché, ci ricordava Bruno Barilli nel suo indimenticabile libro Il Paese del Melodramma, l’arte di Verdi è tutta sovvertimento, deformazione, caricatura sublime, e mette a fuoco i quattro canti della terra. E la più che novantenne Liliana Cavani è stata molto brava a immergerci in questo capolavoro con scene molto classiche, tutto intorno ai protagonisti infatti gravita una variegata compagine di nobili parigini e servitori, una presenza corale molto forte sempre affollata negli interni di case aristocratiche, che ben rappresentano questo mondo chiuso nei suoi aspetti più opprimenti. Tutto ciò rispettando il libretto, aiutata dall’impeccabile conduzione del milanese Michele Gamba, direttore apertamente innamorato di quest’opera ricca di contrasti drammaturgici, aiutato egregiamente dal maestro del Coro del Teatro Alla Scala Alberto Malazzi, fra le ragioni delle parigine convenzioni ufficiali e l’aspetto più intimo dei personaggi, Verdi ha nuovamente incantato tutti gli spettatori che gremivano il teatro tutto esaurito.
Grazie anche alla regia calibratissima di Liliana Cavani sicuramente una delle registe italiane più riconosciute al mondo per la sua inimitabile capacità di affrontare l’opera senza tradirla. Anche grazie alle scene di Dante Ferretti e i costumi di Gabriella Pescucci e alla coreografia di Micha Van Hoecke, ripresa da Laura Montanaro, che ci fanno vivere la vicenda in una riuscita ambientazione ottocentesca e ci fanno partecipare alla rottura degli equilibri familiari, e fino a immergerci nell’aria tenebrosa del terzo atto, mentre la protagonista Violetta stremata muore fra le braccia di Alfredo Germont egregiamente interpretato dal tenore Piero Pretti, Violetta è stata portata in scena, con grande personalità e fascino, dal soprano americano Nadine Sierra.
Siamo di fronte a uno dei massimi capolavori verdiani. Che rese a suo tempo famosissima Maria Callas nel suo debutto alla Scala del 1955 con la indimenticabile regia di Luchino Visconti. Con questa applauditissima ripresa di Liliana Cavani che la portò in scena nel 1990 il Teatro Alla Scala ne celebra ulteriormente il trentaseiesimo anno dalla Prima e assume un forte valore simbolico.
Ma soprattutto ha colpito la presenza di cast di alto livello a cominciare dall’imponente Boris Pinkhasovich in scena nel ruolo del padre Giorgio Germont. Il baritono russo-austriaco per eccellenza dà vita a questo catartico personaggio di estrema complessità, autentico protagonista dell’opera. Pinkhasovich esprime la sua personalità attraverso un libero declamato, duttilissimo a seguire i moti dell’animo eppure mai povero di sostanza melodica.
Giorgio Germont nella Traviata incarna lo scontro sociale che si innesca tra Violetta e il padre del suo amato Alfredo. Giorgio lamenta il fatto assurdo che in Provenza, ottocento chilometri a sud di Parigi, la figlia “pura siccome un angelo” non può trovar marito a causa della convivenza del fratello con una “cortigiana”.
E Violetta accetta di abbandonare Alfredo ascoltando Giorgio, ricadendo nel dolore più assoluto che non sarà ripagato dal suo infinito amore verso Alfredo giunto a consolarla al suo capezzale. Mentre Violetta è languente, fuori impazza realmente il carnevale veneziano.
Piacevole anche il mezzo soprano Carlotta Vichi nel ruolo di Flora Bervoix e il soprano MariaPaola di Carlo che interpreta la parte di Annina, badante di Violetta. Così come il tenore Francesco Pittari nel ruolo di Gastone e il basso Fabrizio Beggi che inscena il Barone Douphol.
Ricordiamo anche il basso albanese Xhieldo Hyseni nella parte del Dottor Grenvil che viene ripetutamente chiamato per assistere Violetta morente. Per non parlare di questa deliziosa super applaudita a scena aperta, Nadine Sierra nel ruolo di Violetta Valéry, in occasione dei suoi assoli che tutti abbiamo nella nostra memoria collettiva. Lei, secondo un divertente commento di Eugenio Montale, «canta come canterebbe la cornice di una specchiera seicentesca se l’opera di un orafo potesse aver voce». «Il melodramma italiano è un’opera d’arte tutta speciale – costruita sul ciglio di un abisso di ridicolo, e pericolosamente inclinato, ci si sostiene a forza di genio: da un secolo, questo equilibrio prodigioso, si verifica.
Oggi il Melodramma vive i suoi tardi giorni, pieno d’acciacchi. Sarà certo meno antico del Colosseo per esempio o della Torre di Pisa, ma è più vecchio, infinitamente più vecchio. Ebbene lo si tiri via dal suo letto. Lo si traduca nel cinematografo – lo si introduca sui rulli, trasmettiamolo attraverso l’elettricità». Queste famosissime considerazioni di Bruno Barilli mi sono subito tornate in mente alla fine di questa travolgente Traviata nelle mani di una famosa regista anche cinematografica come la Cavani. Eros e Thanatos costituiscono l’essenza di quasi ogni opera lirica ed è significativo che il primo titolo di Verdi per la Traviata fosse Amore e Morte. Violetta Valèry è l’incarnazione vivente di entrambi e, in quanto tale, personifica quasi l’opera come forma d’arte in sé.
La Traviata è un’opera da riscoprire, come giustamente ci ricordava il musicologo Enrico Girardi, proprio per la eccessiva frequenza con cui la si rappresenta e la popolarità di cui gode. Fattori che tendono ad anestetizzare l’attenzione, la curiosità, la voglia di capire e approfondire dei melomani. È quindi compito del direttore, in sinergia con i cantanti e col regista, di dare nuova luce a questa mitica opera che tutti hanno voglia di rivedere.
La Traviata è l’unica ispirata a un soggetto contemporaneo: è tratta da un dramma teatrale di Alexander Dumas Figlio perfettamente riadattato da Verdi insieme al librettista Francesco Maria Piave. La trilogia popolare verdiana del Rigoletto, del Trovatore e della Traviata ci conduce con grande trasporto emotivo verso il naturalismo psicologico, ulteriore tassello nel mondo della lirica di metà Ottocento. E Verdi riesce a far percepire alla borghesia dell’epoca che conosceva perfettamente il racconto di Dumas, mettendo in luce i difetti della mentalità corrente e l’ipocrisia con una critica sfacciatamente onesta del proprio sistema morale.
Non a caso, la Prima del 6 marzo del 1853 al Teatro La Fenice di Venezia fu criticata e cominciò a essere replicata in forme più o meno censurate che suscitarono lo sdegno di Verdi. Però in poco tempo la bellezza di quest’opera con l’efficacia della scrittura musicale colpirono profondamente il pubblico decretandola come una delle opere più amate di tutti i tempi.
Tutta questa vicenda Verdi ce la fa godere con i suoi meravigliosi iniziali preludi che anticipano i temi poi ricorrenti nell’opera dell’amore e della morte. Che fra l’altro inizialmente doveva essere il titolo dell’opera:
Amore e Morte.
Nel preludio al terzo atto, ormai immersi nel tema della morte ormai vicina, veniamo condotti nel secondo preludio con la flebile speranza dell’amore ma con una melodia diversa. Violetta passa dalla brillante coloratura del primo atto al tono più elegiaco del terzo, mentre ad Alfredo viene richiesta versatilità nel passaggio da un’espressione più squillante ad un declamato ritmico e ancora a un tono nostalgico.
Traviata è piena di arie memorabili e concertati, ma nulla è più suggestivo di semplici frasi che la musica plasma come un mondo emotivo dalla domanda «Perchè tu m’ami Alfredo, non è vero?». Alla semplice esclamazione con voce desolata
«È tardi!» letta la lettera di Germont padre. A Verdi, ci ricordava giustamente il musicologo Stefano Verdino, basta pochissimo per fare ad un tempo musica e dramma, ma sempre gli occorre partire dalla suggestione di una parola, di una frase, un verso dei suoi modesti e geniali libretti.
La Traviata rimarrà in scena a Alla Scala fino al 15 ottobre. Non perdetevela. Un Assoluto capolavoro.
Dal 2006 Style Director di Sanlorenzo - Yacht. La sua formazione è umanistica. Si è formato a Parma con l’eminente storico dell’arte Carlo Arturo Quintavalle. Da sempre, per passione, scrive anche recensioni teatrali e artistiche per varie testate. Dopo essere stato dal 1986 al 2006 direttore tecnico di Driade, azienda fondata da Enrico Astori, dove ha avuto l’opportunità di interagire con i grandi nomi del design contemporaneo e le archistar, grazie a Massimo Perotti, imprenditore nautico di rara apertura mentale, che aveva appena acquisito Sanlorenzo, ha potuto, con il suo appoggio, contaminare questo mondo con le sue conoscenze extra settore, creando un rapporto organico con il mondo del design e con i luoghi topici dell’arte contemporanea come Art Basel in tutti i suoi eventi nel mondo e la Biennale d’arte del 2022, dove la Sanlorenzo è stata Main Sponsor del padiglione italiano. Nel 2022 gli è stato assegnato il prestigioso Premio Montale fuori di casa, proprio per la sua visione originale, capace di cogliere – come si legge nella motivazione – «la ‘connessione’ di due mondi apparentemente diversi: quello dell’Interior contemporaneo per la casa e quello della nautica». Ora è critico teatrale e D’Arte e scrive per varie riviste fra cui Il Giornale dell’Arte