La città lagunare torna al centro del dibattito internazionale sul rapporto tra patrimonio artistico, finanza e sviluppo economico. Dalla tutela dei beni culturali ai nuovi modelli di investimento, la sfida è trasformare il valore della cultura in una risorsa capace di generare futuro per le città e le comunità.
Venezia non è soltanto una delle più straordinarie testimonianze della civiltà artistica europea. È un patrimonio culturale universale, un luogo nel quale storia, creatività, architettura ed economia si intrecciano da secoli. La sua stessa identità dimostra quanto la cultura possa essere un fattore di attrattività internazionale, ma anche una risorsa economica e sociale da preservare e rinnovare. Oggi, tuttavia, la tutela di un patrimonio di questa dimensione richiede modelli di collaborazione sempre più articolati, capaci di coinvolgere istituzioni pubbliche, imprese, investitori e soggetti privati. La questione non riguarda soltanto la conservazione, ma la possibilità di mantenere le città d’arte luoghi vivi, produttivi di conoscenza, innovazione e nuove opportunità.
È in questa prospettiva che si inserisce la 18ª edizione della Deloitte Private Art & Finance Conference, organizzata da Deloitte Luxembourg e Deloitte Italia alle Procuratie Vecchie di Venezia, sede di The Human Safety Net – Generali.
Il tema scelto, Tomorrow’s Cultural Cities: From Patronage to Portfolio, ha riunito esponenti del mondo imprenditoriale, finanziario, istituzionale e culturale per interrogarsi sul contributo che il capitale privato può offrire allo sviluppo delle città d’arte e alla valorizzazione del patrimonio culturale. Il confronto ha messo in evidenza un cambiamento significativo: il sostegno alla cultura sta progressivamente superando i confini del mecenatismo tradizionale per orientarsi verso modelli più strutturati, nei quali investimento, responsabilità, sostenibilità economica e misurazione dell’impatto concorrono alla realizzazione di progetti di lungo periodo.
Secondo il Deloitte Art & Finance Report 2025, oggi il 51% degli operatori del wealth management offre servizi legati all’arte, contro circa il 25% nel 2011
Un dato che testimonia la crescente integrazione tra gestione patrimoniale, mercato dell’arte e beni da collezione, confermando come il patrimonio artistico sia entrato stabilmente nelle strategie di una parte significativa del settore finanziario. La scelta di Venezia come sede dell’incontro assume anche un valore simbolico. Come ha ricordato il sindaco Simone Venturini, a pochi giorni dal sessantesimo anniversario dell’Acqua Granda del 4 novembre 1966, quella tragedia rappresentò un momento di straordinaria mobilitazione internazionale, facendo maturare la consapevolezza che Venezia è un patrimonio dell’intera umanità. Una responsabilità che oggi deve tradursi in nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato, capaci di coniugare tutela, sostenibilità e sviluppo. La proiezione internazionale della città, ha sottolineato Venturini, costituisce un patrimonio di relazioni e attrattività che può favorire investimenti anche in ambiti diversi da quello artistico: dalla ricerca all’industria, dalle tecnologie ai servizi avanzati. La sfida è trasformare questo capitale di reputazione e di relazioni in sviluppo concreto, innovazione e occupazione qualificata. Venezia, dunque, non soltanto come città da conservare, ma come luogo capace di produrre contemporaneità e futuro.
Il tema assume una particolare rilevanza anche alla luce dei dati economici del territorio. Secondo il rapporto Io sono Cultura 2026, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne e Deloitte, nel 2025 il sistema culturale e creativo del Veneto ha generato 10,2 miliardi di euro di valore aggiunto, con una crescita dell’8,5% rispetto al 2023, e ha occupato quasi 142 mila persone. Si tratta del 5,6% dell’economia regionale e del 6% dell’occupazione.
Nella provincia di Venezia, il settore rappresenta una componente significativa del sistema produttivo e occupazionale, confermando il peso della cultura nell’economia locale
Questi numeri restituiscono una dimensione spesso sottovalutata: la cultura non è soltanto un patrimonio identitario, ma una filiera economica articolata, che coinvolge professioni, imprese, istituzioni, turismo, ricerca, formazione e attività creative. La sua capacità di generare valore dipende anche dalla possibilità di costruire strumenti finanziari adeguati e relazioni stabili tra i diversi soggetti coinvolti. Tra gli argomenti affrontati durante la conferenza è emersa proprio l’evoluzione delle modalità di finanziamento del settore culturale. Accanto alla filantropia e alle forme tradizionali di mecenatismo si stanno affermando modelli come la blended finance, che combina risorse pubbliche e private, e l’impact investing, orientato alla produzione di risultati misurabili sul piano sociale e culturale. L’obiettivo è garantire continuità alle istituzioni culturali, sostenere progetti innovativi e sviluppare condizioni economiche che permettano al patrimonio di generare valore nel tempo.
Come ha osservato Adriano Picinati di Torcello, Global Art & Finance Coordinator di Deloitte Luxembourg, il capitale privato può assicurare continuità, flessibilità e innovazione al sistema culturale, a condizione che il sostegno finanziario rimanga coerente con le finalità delle istituzioni e con le esigenze delle comunità.
Sulla stessa linea Ernesto Lanzillo, Presidente di Deloitte & Touche S.p.A. e Private Leader di Deloitte Central Mediterranean, ha evidenziato come il finanziamento della cultura stia attraversando una trasformazione: non si tratta più soltanto di reperire risorse, ma di creare condizioni affinché città e istituzioni possano crescere, innovare e produrre valore anche per le generazioni future.
Un’attenzione specifica è stata dedicata anche alla gestione delle collezioni private e dei patrimoni artistici familiari. Governance, tutela, passaggio generazionale e trasmissione dell’eredità culturale rappresentano questioni sempre più centrali per famiglie, collezionisti e professionisti del wealth management. Il coinvolgimento delle nuove generazioni diventa, in questo quadro, essenziale per garantire continuità alla conservazione e alla valorizzazione dei beni. La misurazione dell’impatto dei progetti culturali ha completato il confronto. Valutare i risultati significa considerare non soltanto le risorse investite, ma anche le ricadute sulla partecipazione, sull’accessibilità, sull’occupazione, sulla formazione e sulla vitalità dei territori. Una prospettiva che richiede strumenti di governance adeguati, attenzione ai diritti e una visione condivisa tra soggetti pubblici e privati.
La riflessione emersa a Venezia suggerisce, in definitiva, un cambiamento di prospettiva
La cultura non può essere considerata esclusivamente un ambito di intervento filantropico o una destinazione di risorse occasionali. È una componente dello sviluppo, un fattore di competitività e un patrimonio da trasmettere alle generazioni future. Per questo il capitale privato è chiamato a confrontarsi con una responsabilità più ampia: contribuire alla costruzione di modelli capaci di coniugare tutela, sostenibilità economica e interesse collettivo. La vera sfida per le città d’arte è riuscire a conservare la propria identità senza rinunciare alla capacità di evolversi. Venezia, con la sua storia e la sua straordinaria dimensione internazionale, rappresenta uno dei luoghi più significativi nei quali misurare questa possibilità. Perché il valore di una città non risiede soltanto nella ricchezza del patrimonio che custodisce, ma nella capacità di renderlo vivo, accessibile e generativo di futuro.