C’è una crisi silenziosa che attraversa il nostro tempo e che forse più di molte altre spiega il senso di smarrimento che avvertiamo: la crisi dell’autorevolezza. Non si tratta della perdita dell’autorità, che continua a esistere nelle istituzioni, nei ruoli, nelle gerarchie e nelle funzioni, ma di qualcosa di più profondo. L’autorità può essere conferita; l’autorevolezza, invece, deve essere riconosciuta. Nasce dalla competenza, dalla cultura, dalla coerenza, dalla capacità di assumersi responsabilità e, soprattutto, dall’esempio. È una qualità che non si proclama e non si impone, ma che si costruisce lentamente nel rapporto con gli altri.
Forse è proprio per questo che la sua crisi coincide con una crisi della formazione.
Abbiamo costruito sistemi educativi sempre più orientati all’acquisizione di competenze, alla specializzazione, alla misurazione dei risultati, alla velocità con cui una persona può diventare produttiva, e abbiamo finito per dimenticare che formare un individuo significa anche insegnargli a stare nel mondo. Conoscere una professione non significa necessariamente essere pronti a esercitarla; possedere informazioni non significa saper formulare un giudizio; avere talento non significa saperlo governare. Esiste una parte della formazione che non può essere ridotta a un curriculum, a un certificato o a una competenza tecnica, perché riguarda il carattere, la misura, il comportamento, il senso della responsabilità e la capacità di riconoscere il valore negli altri.
È qui che diventa necessario immaginare nuovi modelli formativi.
Non per negare ciò che la scuola, l’università e la formazione professionale hanno costruito, ma per completarlo. Il sapere contemporaneo è immenso e accessibile come mai prima d’ora; proprio per questo la semplice trasmissione delle conoscenze non può più essere il centro esclusivo dell’educazione. Quando ogni informazione è a portata di mano, ciò che diventa veramente prezioso è la capacità di distinguere, interpretare, mettere in relazione, scegliere. In una parola, il giudizio.
È dentro questa necessità che nasce la RE-Umanesimo Academy, con l’ambizione di costruire un modello formativo capace di attraversare i diversi mondi della società contemporanea e di riportare al centro di ciascuno di essi la persona, la cultura e la responsabilità.
L’Academy si rivolge innanzitutto al mondo dell’impresa, perché l’impresa non è soltanto un’organizzazione economica, ma una comunità nella quale si incontrano persone, competenze, capitali, idee e responsabilità. Un nuovo modo di formare imprenditori, manager e professionisti significa quindi insegnare non soltanto a governare risultati e processi, ma anche a costruire fiducia, leadership, cultura organizzativa e visione. L’autorevolezza di un’impresa, infatti, non si misura esclusivamente dal suo valore economico, ma dalla qualità delle relazioni che riesce a creare e dalla responsabilità con cui interpreta il proprio ruolo nella società.
Lo stesso principio riguarda il mondo economico, finanziario e bancario, nel quale la competenza tecnica deve necessariamente incontrare una rinnovata cultura della fiducia. Finanza e credito hanno conseguenze concrete sulla vita delle persone, delle famiglie, delle imprese e dei territori. Formare nuove figure professionali significa allora sviluppare, accanto alla preparazione economica, una capacità di comprendere il valore sociale delle decisioni, il significato della reputazione e la responsabilità che deriva dalla gestione del denaro e del risparmio.
Un altro ambito fondamentale è quello del turismo e dell’ospitalità, nel quale la qualità professionale coincide sempre più con la capacità di comprendere il valore di un luogo e di raccontarlo.
Il turismo contemporaneo non può essere soltanto movimento di persone e consumo di servizi: è incontro con la storia, con il paesaggio, con la cultura, con le identità locali. Formare operatori, manager e imprenditori dell’ospitalità significa quindi restituire profondità al concetto stesso di accoglienza, trasformando il servizio in cultura della relazione e il territorio in patrimonio da conoscere e custodire.
La stessa esigenza attraversa la pubblica amministrazione, forse uno dei luoghi nei quali la ricostruzione dell’autorevolezza è più urgente.
Chi lavora nelle istituzioni non esercita semplicemente una funzione amministrativa: rappresenta lo Stato e il rapporto tra il cittadino e la cosa pubblica. Una nuova formazione dovrebbe restituire valore alla responsabilità del ruolo, alla qualità del linguaggio, alla capacità di ascolto, alla trasparenza e alla cultura del servizio. La pubblica amministrazione può ritrovare autorevolezza quando chi vi opera torna a percepire il proprio lavoro non come esercizio di una funzione burocratica, ma come una responsabilità nei confronti della comunità.
Un ruolo altrettanto decisivo appartiene al mondo del welfare, perché è proprio nei luoghi della cura, dell’assistenza, dell’inclusione e della protezione sociale che il rapporto tra competenza e umanità diventa più evidente.
Il welfare non può essere considerato soltanto un sistema di prestazioni e servizi: è una delle forme attraverso cui una società dichiara quanto valore attribuisce alla persona. Formare chi opera nei servizi sociali, nelle strutture assistenziali, nelle organizzazioni del terzo settore, nelle fondazioni e negli enti che si occupano delle fragilità significa quindi costruire una professionalità capace di unire preparazione tecnica, capacità relazionale, ascolto e responsabilità. In questo ambito l’autorevolezza non coincide con il potere, ma con la capacità di generare fiducia in situazioni nelle quali le persone hanno spesso bisogno, prima ancora di una prestazione, di sentirsi riconosciute nella propria dignità. Il welfare del futuro richiederà inoltre nuove competenze manageriali e una nuova cultura della collaborazione tra pubblico, privato, terzo settore e comunità. Anche qui la formazione può diventare uno strumento di trasformazione, aiutando a superare la tradizionale separazione tra chi eroga servizi e chi li riceve e costruendo invece una visione nella quale la persona torna a essere il centro del sistema.
Ma il progetto non si esaurisce qui.
La prospettiva della RE-Umanesimo Academy può estendersi alla sanità, alla cultura, all’arte, alla comunicazione, all’educazione, al mondo delle professioni, al terzo settore, alle fondazioni, alle istituzioni e agli enti territoriali, fino ai nuovi ambiti generati dalla trasformazione digitale e dall’intelligenza artificiale. Ambiti apparentemente diversi, ma accomunati dalla stessa necessità: preparare persone capaci di esercitare competenze specialistiche senza perdere la consapevolezza del significato umano e sociale del proprio lavoro.
In questo senso, la RE-Umanesimo Academy non dovrebbe essere pensata come una scuola verticale, dedicata a un’unica professione o a un solo settore, ma come una piattaforma culturale e formativa trasversale, capace di mettere in dialogo mondi che troppo spesso procedono separatamente. Un imprenditore può avere bisogno della cultura di un artista; un amministratore pubblico della sensibilità di un umanista; un professionista della finanza della capacità di comprendere i mutamenti sociali; un operatore turistico della conoscenza della storia; un dirigente del welfare della capacità di comprendere che dietro ogni servizio esiste una persona.
È proprio dall’incontro tra questi saperi che può nascere una nuova classe dirigente.
Una classe dirigente che non sia definita soltanto dalle posizioni che occupa, ma dalla qualità della responsabilità che è capace di assumere. Perché il problema del nostro tempo non è soltanto trovare persone competenti, ma trovare persone alle quali affidare il futuro. La tecnologia rende questa esigenza ancora più evidente. L’intelligenza artificiale può aumentare enormemente la nostra capacità di produrre, elaborare e comunicare, ma proprio mentre delega alle macchine una parte crescente delle funzioni cognitive ci costringe a interrogarci su ciò che rimane propriamente umano. La sensibilità, il discernimento, la responsabilità, la capacità di comprendere un contesto, di percepire ciò che non è scritto, di assumere una decisione quando non esiste una risposta già disponibile: sono queste le qualità che acquistano valore quando il sapere diventa immediatamente accessibile. Per questo la formazione del futuro non dovrebbe essere più povera di umanesimo, ma più ricca. Non perché il mondo abbia bisogno di tornare indietro, bensì perché per andare avanti ha bisogno di persone capaci di governare il cambiamento senza esserne governate.
La RE-Umanesimo Academy nasce, dunque, in questo spazio: tra il sapere e la responsabilità, tra la tradizione e l’innovazione, tra la persona e la professione, tra l’economia e la cultura, tra il mercato e la comunità. Il suo obiettivo più ambizioso non è aggiungere semplicemente nuovi corsi all’offerta formativa, ma contribuire a costruire una diversa idea di formazione, nella quale ogni competenza venga accompagnata da una domanda più grande: che cosa significa esercitarla bene, e quale responsabilità comporta nei confronti degli altri?
È forse questa la strada per ricostruire l’autorevolezza.
Personalmente credo che non abbiamo bisogno di nuovi titoli da esibire, ma di persone capaci di meritare la fiducia che quei titoli dovrebbero rappresentare. Non credo neppure che la risposta possa essere una nostalgia del passato, quasi volessimo recuperare un mondo che non esiste più. Credo, al contrario, che abbiamo bisogno di una nuova cultura del futuro, capace di recuperare ciò che di più profondo abbiamo smarrito e di portarlo dentro la complessità del nostro tempo. È per questo che penso che una società possa tornare a essere realmente autorevole soltanto quando ricomincerà a formare persone alle quali affidare responsabilità nei luoghi decisivi della vita collettiva: nell’impresa e nella finanza, nel turismo e nella cultura, nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione, nella scuola e nella sanità, nel welfare e nel terzo settore, nella tecnologia e nelle professioni. È lì che si misura la qualità di una formazione: non soltanto nella preparazione di chi la riceve, ma nella qualità delle decisioni che quella persona sarà poi capace di assumere e nella fiducia che saprà generare intorno a sé.È questa, a mio avviso, la ragione più profonda per cui la RE-Umanesimo Academy può avere un significato che va oltre quello di una nuova proposta formativa. Può diventare uno dei luoghi nei quali cominciare a costruire questa nuova idea di futuro, mettendo insieme competenza e cultura, innovazione e responsabilità, professione e umanità. Perché credo che formare oggi non significhi soltanto preparare professionisti più competenti, ma persone più consapevoli di ciò che rappresentano, più autorevoli nel modo di agire e più capaci di assumersi la responsabilità del mondo che verrà.
© Marika Lion – Manifesto RE-Umanesimo
Progetto culturale ideato e sviluppato da Marika Lion.
Tutti i diritti sul progetto, sui testi e sui contenuti originali sono riservati.
Ogni riproduzione, elaborazione o utilizzo è subordinato all’autorizzazione dell’autrice, ove richiesta dalla legge.
RE-Umanesimo è un progetto culturale di proprietà intellettuale di Marika Lion.