Si ritorna dalle ferie e si viene immediatamente riconsegnati al mondo, non soltanto a quello reale, ma soprattutto alla sua rappresentazione incessante. Le notizie hanno continuato a correre durante la nostra assenza e, nel momento in cui riaccendiamo gli schermi, ci troviamo nuovamente immersi in un flusso apparentemente inesauribile di fatti, immagini, commenti, previsioni, allarmi, smentite e interpretazioni.
È una condizione ormai così abituale da essere diventata quasi invisibile: viviamo dentro una società nella quale l’informazione non arriva più a intervalli, ma accompagna permanentemente l’esistenza, seguendoci nei momenti di lavoro e in quelli di riposo, entrando nelle nostre conversazioni, influenzando le nostre percezioni e, talvolta, anticipando persino le nostre paure.
Il fenomeno non riguarda soltanto la quantità di informazioni alla quale siamo esposti, ma la trasformazione del modo attraverso il quale costruiamo la nostra percezione della realtà. Un tempo l’evento precedeva il racconto; oggi il racconto è quasi contemporaneo all’evento e spesso ne determina immediatamente la percezione. Prima ancora che un fatto possa essere compreso, viene commentato; prima che possa essere verificato, viene condiviso; prima che possa trovare una collocazione nel quadro più ampio della realtà, viene sottoposto al giudizio collettivo. La realtà, in questo incessante processo di esposizione, sembra non avere più il tempo di sedimentare.
È in questo spazio che prosperano le fake news, ma sarebbe troppo semplice ridurre la questione alla contrapposizione tra vero e falso. Il problema contemporaneo è più complesso, perché anche una notizia autentica può essere deformata dalla ripetizione, dalla decontestualizzazione e dall’enfasi con cui viene rilanciata. Una crisi reale può diventare, attraverso migliaia di commenti, la percezione di una catastrofe imminente; un dato negativo può assumere il valore di una previsione generale; un rischio possibile può essere raccontato come una certezza futura. Il problema, in altre parole, non è soltanto la falsificazione della realtà, ma la perdita della sua proporzione.
Ed è probabilmente qui che si manifesta uno degli aspetti più delicati della società contemporanea: il pessimismo può diventare una condizione ambientale. Non è più necessario che ogni individuo sia personalmente pessimista; è sufficiente vivere immersi in un sistema comunicativo nel quale le notizie capaci di suscitare paura, indignazione o allarme possiedono una maggiore capacità di circolazione. La negatività diventa così una forma di attenzione e l’attenzione, nel sistema dei social, rappresenta una delle principali forme di valore. Ciò che inquieta viene osservato, ciò che divide viene commentato, ciò che scandalizza viene condiviso e ciò che genera reazioni viene continuamente riproposto.
Si crea così un circolo nel quale informazione e percezione finiscono per alimentarsi reciprocamente. Una notizia negativa produce attenzione, l’attenzione ne aumenta la diffusione, la diffusione accresce la percezione della sua importanza e quella percezione genera nuove discussioni, nuove interpretazioni e nuove notizie. Alla fine diventa difficile stabilire dove finisca l’evento e dove cominci la sua amplificazione. Non è necessario che esista una regia occulta: è sufficiente un sistema nel quale l’economia dell’attenzione premi ciò che riesce a trattenere più a lungo lo sguardo.
È anche per questo che i social hanno conquistato uno spazio così vasto nella nostra vita collettiva. Sarebbe ingeneroso considerarli soltanto come strumenti di superficialità o di disinformazione. Essi hanno intercettato una trasformazione profonda della società, nella quale le persone non vogliono più essere soltanto destinatarie dell’informazione, ma desiderano partecipare alla sua costruzione. Vogliono raccontare ciò che vedono, commentare ciò che accade, contestare le interpretazioni degli altri, condividere esperienze e sentirsi parte di una conversazione pubblica permanente. Il loro successo nasce dunque anche da una domanda autentica di partecipazione che i media tradizionali, per molto tempo, hanno saputo interpretare solo parzialmente.
Ma la partecipazione non coincide necessariamente con la conoscenza. Il fatto che tutti possano parlare non significa che tutte le affermazioni abbiano lo stesso valore; il numero di persone che condividono un contenuto non ne certifica la veridicità e la popolarità di una voce non costituisce, di per sé, una forma di autorevolezza.
È proprio in questa distinzione che torna ad assumere un significato particolare la “deontologia giornalistica”, non come residuo di un mondo precedente alla rivoluzione digitale, ma come espressione di un principio civile ancora più necessario nel nuovo ecosistema comunicativo: la libertà di informare porta con sé una responsabilità verso la realtà e verso le persone che quella realtà abitano. Verificare le fonti, distinguere il fatto dall’opinione, contestualizzare una notizia, rispettare la dignità delle persone, correggere un errore non sono semplicemente regole di una professione.
Sono strumenti attraverso i quali una società cerca di difendersi dalla confusione tra ciò che è accaduto e ciò che viene soltanto percepito come accaduto. In un ambiente nel quale tutti possono produrre e diffondere contenuti, la responsabilità di chi esercita professionalmente il giornalismo dovrebbe essere ancora più evidente, proprio perché l’autorevolezza non può essere lasciata interamente alla logica della visibilità.
La questione, tuttavia, non può essere risolta contrapponendo i vecchi media ai nuovi. I social non hanno semplicemente sostituito giornali e televisioni: hanno modificato l’intero ecosistema dell’informazione, costringendo anche il giornalismo a confrontarsi con un pubblico più esigente, più veloce e meno disposto ad accettare passivamente una narrazione proveniente dall’alto. La crisi dei media tradizionali, in questo senso, non è soltanto una conseguenza della tecnologia, ma anche il risultato di una progressiva perdita di fiducia, di linguaggi talvolta autoreferenziali e di una difficoltà crescente nel mantenere un rapporto autentico con una società che chiedeva di essere ascoltata oltre che informata. Il punto decisivo, dunque, non è stabilire se i social siano migliori o peggiori dei media tradizionali. È comprendere quale tipo di società produca un ambiente nel quale la velocità della comunicazione è diventata superiore alla nostra capacità di elaborarla. Possiamo sapere quasi immediatamente che cosa accade dall’altra parte del mondo, ma non per questo siamo necessariamente più capaci di comprenderne le cause, le conseguenze e la reale importanza. La quantità di informazione non coincide con la qualità della conoscenza e, soprattutto, non coincide con la capacità di orientarsi.
Forse è proprio questa la contraddizione più profonda del nostro tempo. Abbiamo ridotto enormemente la distanza tra noi e gli avvenimenti, ma non abbiamo necessariamente ridotto la distanza tra informazione e comprensione. Al contrario, la sovrabbondanza può produrre una nuova forma di ignoranza, non quella di chi non sa, ma quella di chi non riesce più a distinguere ciò che sa veramente da ciò che ha semplicemente incontrato nel proprio flusso informativo. Per questo il ritorno dalle ferie può diventare, simbolicamente, anche un momento di riflessione sul nostro rapporto con le notizie. Non abbiamo bisogno di un mondo nel quale tutto venga rassicurato, né di un’informazione che nasconda i problemi per proteggerci dal pessimismo. Abbiamo bisogno di un’informazione capace di restituire proporzione alla realtà, di distinguere l’emergenza dal rumore, il rischio dalla certezza, la previsione dal fatto e l’opinione dalla conoscenza. Una società adulta non è quella che elimina l’incertezza, ma quella che possiede gli strumenti culturali per attraversarla senza trasformarla continuamente in paura.
Forse è questa la responsabilità più alta che oggi dovremmo chiedere all’informazione, qualunque sia il mezzo attraverso il quale arriva. Non prometterci un mondo semplice, non offrirci continuamente un nemico, non trasformare ogni evento in una crisi e ogni crisi in una profezia, ma aiutarci a conservare quella distanza critica che consente di guardare la realtà senza esserne travolti. Perché il vero rischio della società dell’informazione non è soltanto che possiamo essere ingannati da una notizia falsa; è che, sommersi da una quantità infinita di notizie, possiamo progressivamente perdere la capacità di riconoscere la realtà quando ci viene raccontata. È proprio per questo che, tornando dalle ferie, sento il bisogno di fermarmi un momento a riflettere sul nostro rapporto con le notizie. Non credo che abbiamo bisogno di un’informazione rassicurante, capace di attenuare artificialmente la complessità del mondo, né di una narrazione che nasconda i problemi per proteggerci dal pessimismo. Credo, piuttosto, che abbiamo bisogno di un’informazione capace di restituire proporzione alla realtà, di aiutarci a distinguere l’emergenza dal rumore, il rischio dalla certezza, la previsione dal fatto, l’opinione dalla conoscenza. Una società adulta, a mio giudizio, non è quella che pretende di eliminare l’incertezza, ma quella che possiede gli strumenti culturali per attraversarla senza trasformarla continuamente in paura.
È questa, forse, la responsabilità più alta che oggi dobbiamo riconoscere all’informazione, qualunque sia il mezzo attraverso il quale ci raggiunge. Non abbiamo bisogno che ci venga raccontato un mondo più semplice di quello che è, né che ogni avvenimento debba necessariamente trovare un colpevole, un’emergenza o una spiegazione immediata. Abbiamo bisogno, piuttosto, di un’informazione capace di restituirci quella distanza critica che permette di osservare la realtà senza esserne travolti, di comprenderla prima di giudicarla e, soprattutto, di non confondere la frequenza con l’importanza. Perché il rischio della società dell’informazione, a mio avviso, non è soltanto quello di essere ingannati da una notizia falsa. È qualcosa di più profondo: essere sommersi da una quantità incessante di notizie fino a non riuscire più a riconoscere ciò che conta davvero. Quando tutto appare urgente, la realtà perde la sua misura e l’incertezza finisce per alimentare altra incertezza. È proprio in questa perdita della misura che ritrovo oggi il significato più profondo della deontologia giornalistica. Il codice deontologico non nasce per controllare l’informazione, ma per ricordare a chi informa che esiste una responsabilità verso la realtà e verso chi la riceve. Verificare le fonti, distinguere il fatto dall’opinione, contestualizzare, rispettare le persone e non esasperare ciò che si racconta sono, in fondo, modi diversi di esercitare la stessa virtù: la misura. Una misura che non significa ridurre la verità, ma restituirle proporzione, evitando che la velocità, l’emozione o la ricerca dell’attenzione finiscano per deformarla. È qui, forse, che si misura oggi la qualità dell’informazione e, insieme, la maturità di chi la scrivi e chi la riceve: non nella capacità di arrivare per primi, ma nella capacità di comprendere. Il codice deontologico diventa allora qualcosa di più di un insieme di regole: è il sigillo della responsabilità di chi informa, la scelta consapevole di non aggiungere rumore alla realtà, ma di contribuire a renderla più comprensibile. Perché in un tempo nel quale tutti possono comunicare, la vera autorevolezza non sta nel parlare più forte, ma nel saper dare alle parole il giusto peso.