In Venetia Hortus Redemptoris, pubblicato da Venice Garden Foundation edizioni Leo S. Olschki e curato da Adele Re Rebaudengo ed Erica Rompani, appartiene senza esitazione ad una precisa categoria. Non è semplicemente il catalogo di un restauro né il resoconto di un intervento paesaggistico: è il racconto colto e sensibile di una rinascita, nella quale storia, botanica, architettura, spiritualità e cultura si fondono in una narrazione di rara eleganza.
L’introduzione di Adele Re Rebaudengo chiarisce immediatamente la cifra culturale del progetto.
Restaurare un giardino non significa ricostruire un paesaggio perduto, ma ricomporre una relazione tra uomo e natura, custodendo la memoria come fondamento del futuro. È una riflessione che supera l’ambito del restauro e si trasforma in una vera dichiarazione di responsabilità civile, nella quale la bellezza viene interpretata come bene comune e il patrimonio come spazio vivo di crescita, meditazione e condivisione.
Di particolare pregio è il contributo di Paolo Pejrone, che affronta il progetto botanico con la competenza del paesaggista e la sensibilità del narratore.
L’orto conventuale non viene ricostruito come un esercizio filologico fine a sé stesso, ma come organismo vivente, capace di rinnovare l’antica tradizione degli horti conclusi attraverso un linguaggio contemporaneo. Ogni scelta vegetale dialoga con la storia, ogni percorso invita alla contemplazione, ogni specie botanica diventa parte di una composizione nella quale estetica, funzionalità e simbolismo convivono con straordinaria naturalezza.
Il volume si distingue innanzitutto per la sua impostazione editoriale, impeccabile sotto ogni profilo. L’apparato iconografico, affidato agli sguardi raffinati di Guido Guidi, Francesco Neri e Carlo Soffietti, non svolge una funzione illustrativa, ma narrativa: ogni fotografia diventa parte integrante del racconto, accompagnando il lettore lungo il percorso del restauro e trasformando il tempo stesso in materia visibile. Le immagini non documentano soltanto ciò che è stato fatto; restituiscono la pazienza, il silenzio e la profondità di un’opera che ha richiesto conoscenza, misura e rispetto.
Il saggio storico di Carla Benocci offre poi il necessario fondamento scientifico all’intera opera, ricostruendo il contesto della Basilica del Redentore e del complesso conventuale con rigore documentario e chiarezza espositiva. La peste del 1575-1577, la committenza della Serenissima, il genio di Andrea Palladio e la spiritualità francescana non vengono presentati come semplici coordinate cronologiche, ma come elementi di un’unica vicenda culturale che attraversa i secoli e giunge fino ai nostri giorni.
Ciò che rende questo libro particolarmente significativo è però la sua capacità di parlare anche al presente. Il restauro del complesso del Redentore non viene descritto come il recupero nostalgico di un bene monumentale, ma come un modello di tutela attiva, dove conservazione, biodiversità, sostenibilità, ricerca botanica e fruizione pubblica convergono in un progetto di lungo periodo. La cura del paesaggio diventa così un esercizio di responsabilità verso la comunità e verso le generazioni future.
Dal punto di vista editoriale, il volume riflette pienamente la tradizione della casa editrice Olschki: grande rigore scientifico, eleganza tipografica, equilibrio grafico e qualità dei materiali concorrono a trasformare il libro stesso in un oggetto di pregio. La doppia edizione italiano-inglese amplia inoltre la portata internazionale dell’opera, rendendola accessibile a un pubblico di studiosi, architetti del paesaggio, storici dell’arte, botanici e appassionati di giardini storici.
Ma forse il merito più grande di In Venetia Hortus Redemptoris risiede altrove.
Questo volume ci ricorda che il restauro non consiste semplicemente nel recuperare ciò che il tempo ha consumato. Restaurare significa restituire significato ai luoghi, ricucire il dialogo tra memoria e futuro, tra natura e cultura, tra spiritualità e vita quotidiana. In un’epoca in cui troppo spesso il patrimonio viene consumato come esperienza effimera, questo libro propone una visione diversa: quella della cura come forma di conoscenza e della bellezza come responsabilità.
Chiudendo l’ultima pagina di In Venetia Hortus Redemptoris si ha la sensazione di aver attraversato un luogo prima ancora che un libro. Non è soltanto il racconto di un restauro esemplare, ma la testimonianza di una visione che restituisce alla bellezza il suo significato più autentico: quello della cura. In un tempo in cui il patrimonio rischia troppo spesso di essere consumato anziché compreso, quest’opera ricorda che conservare significa trasmettere memoria, cultura e responsabilità. È un volume che ho letto con autentico piacere e che considero destinato a rimanere tra le pubblicazioni più significative dedicate ai giardini storici e alla cultura del restauro. Per la qualità della ricerca, la raffinatezza editoriale e la profondità del pensiero che lo attraversa, rappresenta un esempio concreto di come il mecenatismo contemporaneo possa ancora tradursi in un gesto di civiltà.
